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Trapani, la morte di don michele

Le scuse dei genitori di Incandela
Ummari si stringe nel dolore


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In tanti hanno atteso la messa delle 9,30 per rendere omaggio, ancora una volta, a padre Di Stefano e consolare i familiari del suo assassino, Antonino Incandela, presenti per chiedere scusa alla comunità. Papà Giacomo, alla fine della messa, si è inginocchiato davanti ad un'immagine del prete ucciso. ASSASSINO DI DON MICHELE, IL GIP CONVALIDA IL FERMO

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TRAPANI - Anche il cielo è triste in questa domenica piovosa di fine aprile. Ad Ummari c'è solo dolore. La comunità si è raccolta attorno ad una famiglia distrutta dal dolore. A capo chino, in tanti, hanno atteso la messa delle 9,30 per rendere omaggio, ancora una volta, a padre Di Stefano, ma soprattutto per consolare i familiari del suo assassino, Antonino Incandela, 33 anni, che continua a dire dal carcere che lui, quel prete che conosceva da bambino non voleva ucciderlo. La sua era soltanto una spedizione punitiva, per dargli una lezione dopo tante omelie che non gli erano piaciute e che riteneva parlassero di lui. E si sa che in paese tutti conoscono tutti.

La sua famiglia è distrutta, indignata. Suo padre Giacomo, alla fine della messa, officiata dal vicario don Liborio Palmeri, che ha portato la solidarietà del vescovo Alessandro Plotti, si è inginocchiato davanti ad un'immagine del prete ucciso. Gli ha voluto chiedere scusa per un figlio che gliene aveva combinate tante “ma non uccidere”, ha detto a chi lo sorreggeva. Papà Giacomo è rimasto per minuti interminabili in ginocchio, con i suoi compaesani impietriti che non si sono mossi dalla chiesa fino a quando l'intera famiglia Incadela, con la mamma Rosa e la sorella Lea non sono andati via. Una comunità che è come se stesse elaborando un lutto, che si è stretta attorno ai familiari dell'assassino di padre Michele, che li sta sostenendo. “Sono bravissime persone”, diceva qualcuno prima dell'inizio della messa. E loro erano in prima fila. E' stato il loro modo per scusarsi con la comunità, perché sentono il peso di una responsabilità che non è loro ma che li ha coinvolti duramente.

Don Liborio Palmeri ha provato a consolarli. Si è messo accanto a loro per la sua omelia. “Il pastore della nostra anima è Gesù, che sta sempre a fianco del suo gregge. A volte qualche pecora si smarrisce e si butta nel burrone. Il Signore lascia quelle che sono al sicuro e va a cercarla. Il Signore non è venuto per i giusti e per i santi ma per i peccatori. Chi sente perfetto, giusto è bene che stia fuori dalla comunità che cerca il bene ma che fa anche il male”. Don Palmeri ha voluto parlare alla comunità di Ummari: “Stiamo vivendo una situazione triste, drammatica. Ma dobbiamo ricordarci chi è il buon Pastore, cercare la sua voce che è stata registrata dentro di noi al momento del battesimo. Può capitare di andare dietro a pastori che non sono tali e di essere frastornati da tante voci. Ma prima di ascoltare la parola umana dobbiamo sentire quella del Signore. Se qualche pecora arriva a colpire il pastore dobbiamo sempre sapere che il buon Pastore è misericordioso”.

Il vicario del vescovo ha invitato poi la comunità di Ummari a pregare per la famiglia Incandela “in questo momento di sofferenza e di tribolazione”. Si è rivolto anche a padre Michele “che sarà nei pascoli del Paradiso”. La frazione trapanese è scossa, turbata, come se stesse elaborando un lutto collettivo assieme ad una famiglia disperata. Prima di lasciare la chiesa tutti hanno voluto salutare i familiari di Incandela. Presente anche il comandante provinciale dei carabinieri Giovanni Pietro Barbano. Sul delitto ci sono ancora tanti nodi da sciogliere. Rimangono punti ancora poco chiari che dovranno essere approfonditi. Nella ricostruzione dei fatti di Antonino Incandela c'è qualcosa che non quadra. Il giudice per le indagini preliminari Antonio Cavasino ha confermato le richieste di fermo e di custodia cautelare.

Non è stato possibile effettuare foto all'interno della chiesa