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L'elezione di Napolitano
e il pathos grillino


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Il deputato di Scelta Civica Andrea Vecchio racconta dal suo punto di vista la storica rielezione di Giorgio Napolitano.

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Nei giorni scorsi, attraversando il Transatlantico e i corridoi di Montecitorio, mi è capitato di osservare i volti più diversi. In un primo momento, l'espressione di tracotanza e di vittoria pregustata di alcuni colleghi parlamentari, di sconfitta che illividisce di altri. Poi, ed era ieri, tra il penultimo e ultimo scrutinio, gli esponenti di tutti i partiti, dal Pd al Pdl, passando per il M5S, mostravano un atteggiamento di rigidità, di fermezza tremante (solo con un ossimoro riesco a descrivere quello che ho visto) e definitiva presa di posizione. D'incomunicabilità con l'altro da sè. Dagli eventi spiacevoli e gravi che tutti abbiamo vissuto e sentito, si è infine arrivati all'ultima votazione.

Da una parte uno schieramento fantasiosamente assortito ma ormai compatto sul voto al Presidente Napolitano e dall'altra parte il blocco M5S unito su Stefano Rodotà. Tuttavia, quando un parlamentare del M5S andava a votare, esprimeva qualcosa di ben preciso: era come se sentisse l'inutilità della sua azione. Tanto che, quando si è arrivati al sesto spoglio, a ogni voto attribuito a Giorgio Napolitano, i volti dei parlamentari del M5S si facevano rigidi, insofferenti, frustrati. Come se avessero voluto fare qualcosa di diverso dall'ormai prevedibile contrasto a qualsiasi dialogo con le altre parti. I ragazzi del M5S che mi capita d'incontrare a Montecitorio sono simpatici, pieni di energia e voglia di fare. Danno un po' di speranza alla mia idea di futuro.

Ieri, quando si è giunti alla proclamazione del nuovo Capo dello Stato e tutto l'emiciclo si è alzato per applaudire, i parlamentari del M5S, quegli stessi ragazzi amabili e volenterosi, non si sono però mossi. Erano loro ma non sembravano più loro. Gli stessi con cui parlo e talvolta scherzo a Montecitorio.

Qualcuno ha urlato loro "vergogna, è anche il vostro Presidente!", e per me sono stati momenti di emozione, persino commoventi: credo fortemente che chi lotta per un'idea non deve mai rinunciarvi, se ne è veramente convinto. Dunque tolleravo e rispettavo quella loro scelta di staticità, di non esultanza, ma compatta almeno, e assestata su posizioni criticabili ma coerenti. Del resto, è assai meno edificante lo spettacolo offerto finora dai giovani del Pd, confusi e sfilacciati in gruppetti concorrenti e dai troppi nomi non proprio memorabili. Ma a un certo punto, nell'immobilità, è accaduto qualcosa.

Uno di loro, un giovane parlamentare del M5S biondo e riccioluto, quasi un arcangelo Gabriele, si è alzato in piedi. Non applaudiva ma aveva scelto comunque di onorare la nostra Costituzione, laddove dice che il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale. Il giovane parlamentare avrà sentito il brivido di quelle antiche e nobili parole. Avrà percepito di essere in un luogo che per quanto maltrattato negli anni da pessime condotte, era la sede in cui si stava proclamando il nuovo Capo dello Stato, il Presidente degli italiani.

Avrà capito che non accade tutti i giorni di assistere a un evento tanto importante da protagonisti. Ma avrà anche capito che essere protagonisti della politica a questi livelli, richiede la fatica - enorme, per chi è giovane e arrabbiato della mediazione. E qualcosa di simile avranno pensato i suoi colleghi di movimento. Nessuno di loro si è alzato, ma ognuno mostrava con lo sguardo la propria approvazione e il desiderio di fare lo stesso. Finalmente - sembravano dire con gli occhi - una prova libertà.