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udienza rinviata

Processo Lupo, i dipendenti:
"Eravamo minacciati"


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Nei racconti degli impiegati della sala bingo minacce continue di licenziamento e orari di lavoro oltre le dodici ore consecutive. Lupo ha sempre smentito ogni accusa, dall'avere intascato i soldi europei per aprire un museo del gioiello mai avviato alle ipotesi di estorsione.

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PALERMO - “Sono stata licenziata da Elio Lupo a causa dei dissapori che intercorrevano tra lui e mio padre”. Parla così Carla Vicari, ex dipendente della sala Bingo di via dei Cantieri a Palermo, deponendo al processo che si svolge davanti alla seconda sezione del Tribunale che vede imputato l’imprenditore Elio Lupo leader del settore delle scommesse e delle sale bingo in città, arrestato a luglio con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato, peculato e falso.  A Lupo, che si trova adesso ai domiciliari, vengono contestati anche alcuni episodi di estorsione ai danni dei dipendenti dei suoi centri scommesse che sarebbe stati costretti a lavorare e minacciati di licenziamento.

Carla Vicari è la figlia dell’ex dipendente Salvatore Vicari, costituitosi parte civile nel processo, che sarebbe stato ricattato da Lupo per fargli da prestanome in tre società amministrate, di fatto, dall'imprenditore.

“La nomina di mio padre - ha continuato in aula la Vicari rispondendo alle domande del pubblico ministero Maurizio Agnello - fu imposta da Lupo, questa come altre nomine. Mio padre non poteva ribellarsi altrimenti saremmo stati licenziati tutti, mio padre, io e mio fratello. Gli facevano firmare fogli e documenti, ma non gli dicevano mai per cosa stesse firmando. Mio padre era allo scuro di tutto. Quando andai a parlare con Marco Sartorio, responsabile della sala Bingo, lo stesso mi disse che Lupo gli aveva intimato di bloccarmi lo stipendio di luglio e di non rinnovarmi il contratto. 'Lupo ti vuole vedere  piangere e implorare'", sarebbe stata questa la frase pronunciata dal responsabile della sala bingo a Carla Vicari. Frase confermata stamane in aula dalla testimonianza di un’altra ex dipendente, Rosalia Duecento, che ha fornito altri particolari circa le condizioni di lavoro e la pressione a cui erano sottoposti i dipendenti: “Al momento dell’assunzione firmavamo dei contratti a termine part-time che nei fatti, però, ci obbligavano a lavorare anche per dodici ore al giorno sino alle quattro del mattino. Chi non ci stava o si lamentava veniva prima demansionato e poi licenziato. Eravamo minacciati continuamente di aver bloccato lo stipendio se non lavoravamo come e quando diceva Lupo”. Lupo ha sempre smentito ogni accusa. Dall'avere intascato i soldi europei per aprire un museo del gioiello mai avviato (“il museo è pronto”) alle ipotesi di estorsioni (“ricostruzioni fantasiose frutto di rancori personali”). Nel corso dell’udienza, rinviata al prossimo 7 maggio, i legali della difesa, gli avvocati Antonino Reina e Fabio Ferrara, hanno chiesto ai giudici di ascoltare come teste il responsabile della sala bingo.