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Lacrime per Enrico


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Un deserto di principi, prima che di idee. C’è un comico involontario che ha capito che il miglior modo per curare i propri affari è far finta di curare quelli di tutti. E poi ci sono quelli che volevano spaccare il Paese al grido di “Roma ladrona” e che oggi hanno il tesoriere in galera con l’accusa di truffa aggravata.

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25 aprile, enrico berlinguer, Le firme, Le idee
E’ la sera del 25 aprile. Come ogni sera, il telegiornale mi satura già con i titoli. Comincio il mio zapping che, come al solito, si ferma su Rai Tre dove a quell’ora c’è Blob. La scritta in alto a sinistra sullo schermo è un acronimo con l’ultima lettera tra parentesi: R.I.P.(D.). Ci metto poco a capirne il senso. Sullo schermo scorrono le immagini del funerale di Enrico Berlinguer che certamente oggi fatica a “riposare in pace” di fronte allo sfacelo del Pd, erede del suo Pci. E’ il 13 giugno 1984 e pochi sanno chi sia Gorbaciov e che cosa stia per capitare a lui e all’Unione Sovietica. Una moltitudine di un milione di persone è schierata a Roma in piazza San Giovanni e per le vie attraversate dal corteo funebre. Bandiere diverse sventolano insieme: quella arcobaleno della pace e il tricolore nazionale sono vicine alla bandiera rossa con falce e martello in un’epoca in cui la parola “comunista” non ha ancora assunto quel carattere dispregiativo che oggi ha per molti.

Le telecamere indugiano sulla folla: molti scandiscono il nome di Enrico salutandolo con il pugno chiuso. Quasi tutti piangono: giovani e vecchi, proletari e radical-chic, terroni e polentoni uniti nel dolore per la perdita di un leader. Il palco delle autorità è un insieme di “professionisti della politica”, come si dice oggi con un certo disprezzo. C’è Pertini, il presidente partigiano. C’è Almirante, che sebbene di idee opposte, dimostrò con quell’omaggio l’altezza di certi principi. C’è Craxi, che fuggirà in Tunisia inseguito dai giudici e da un lancio di monetine ma che tuttavia resta l’unico uomo di Stato dell’Italia repubblicana in grado di opporsi alla protervia dell’amico a stelle e strisce. E poi Nilde Jotti, Spadolini, La Malfa e Zaccagnini. Tutti nomi che ai giovani d’oggi forse diranno poco, ma che a noi giovani di una certa età che temiamo di dover iniziare a scavare dopo aver toccato il fondo, dicono invece tantissimo.

Quelle immagini lontane mi hanno riportato a un tempo in cui la passione politica e la tensione morale erano valori assoluti. Un tempo in cui non si scendeva in piazza soltanto per rovesciare cassonetti o per tentare di tirare dalla propria parte una coperta sempre più piccola. Oggi troviamo sollievo nel fatto che il presidente della Camera sia una giornalista impegnata nel sociale e quello del Senato un giudice. Perché della politica, che Bismarck definì “l’arte del possibile e la scienza del relativo”, non è trendy farne un mestiere. Forse sarà giusto così, eppure oggi in Italia siamo tutti smarriti e confusi di fronte a questo deserto di leadership. Un deserto di principi, prima che di idee. C’è un comico involontario che ha capito che il miglior modo per curare i propri affari è far finta di curare quelli di tutti. E poi ci sono quelli che volevano spaccare il Paese al grido di “Roma ladrona” e che oggi hanno il tesoriere in galera con l’accusa di truffa aggravata. E infine lui, il successore di Enrico: un Tafazzi senza calzamaglia bravo solo a darsi bottigliate sugli zebedei.

Oggi esultiamo perchè, a due mesi dalle elezioni, un Paese allo sbando ha finalmente trovato il modo di darsi un governo. Mentre “la novità”, un ex-comico che conferma il principio di entropia secondo cui è più facile demolire che costruire, grida scandalizzato all’inciucio e alla “morte del 25 aprile”. E invece fu proprio quella data a segnare l’inizio della ricostruzione fisica e morale del Paese grazie alla convergenza di ideologie diverse. E fu quello stesso spirito di unità nazionale a consentire alla generazione politica di Berlinguer di vincere la guerra contro il terrorismo. “Inciuci” ante-litteram come estrema risorsa nella ricerca del bene comune.

Guardo in Tv quell’uomo piegato sulla balaustra che piange disperato e vorrei piangere anch’io per questo presente drammatico e per un futuro che si annuncia nebuloso per noi e per i nostri figli. Forse è normale rimpiangere uno come Enrico Berlinguer. Specialmente oggi che, in questa politica dei nani e delle ballerine, di leader come lui l’Italia avrebbe, comunque la si pensi, un gran bisogno.