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La mancata cattura di Provenzano
"Una deliberata strategia di inerzia"


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di matteo, mafia, mancata cattura provenzano, mezzojuso, processo mori, Cronaca
Il pm Nino Di Matteo

La mancata cattura di del boss corleonese nelle campagne di Mezzojuso è stata al centro dell'udienza del processo Mori, dove è proseguita la requisitoria del pubblico ministero Antonino Di Matteo.

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PALERMO - La mancata cattura di Bernardo Provenzano nelle campagne di Mezzojuso è stata al centro dell'udienza del processo Mori, davanti alla IV sezione del tribunale di Palermo in cui è proseguita la requisitoria da parte del pm Nino Di Matteo. Il processo vede alla sbarra il generale dei carabinieri Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Per i magistrati i due militari sono i responsabili della mancata cattura del boss il 31 ottobre 1995. In oltre quattro ore di requisitoria Di Matteo, affiancato dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dal pm Francesco Del Bene, ha ricostruito il contesto nel quale è maturata la decisione dei vertici del Ros dei carabinieri di non procedere alla cattura di Provenzano, allora latitante.

Dietro al fallito blitz nelle campagne di Mezzoiuso, che secondo il pm avrebbe portato alla cattura del padrino di Cosa nostra, ci sarebbe stata una strategia precisa. Di Matteo parla di una "deliberata strategia di inerzia" che avrebbe contraddistinto l’attività del generale Mori e del colonnello Obinu tesa a garantire la salvaguardia della latitanza di Bernardo Provenzano. Ad aggravare il quadro accusatorio ci sarebbero alcune dichiarazioni dei pentiti Nino Giuffrè e Stefano Lo Verso, sui presunti rapporti che Provenzano intratteneva con esponenti delle forze dell’ordine, citate in aula dal magistrato. In particolare Giuffrè dichiarò : "C’era la voce che girava nell’ambiente che Provenzano fosse un confidente dei carabinieri, le voci più insistenti provenivano da Catania dalla famiglia Santapaola che diceva che Provenzano era diventato uno sbirro. Questa cosa si sapeva, ma non si poteva dire".

Nella stessa direzione andrebbero anche le dichiarazioni rese dal pentito Stefano Lo Verso, che favorì la latitanza del padrino nascondendolo presso la casa al mare della suocera, ad Aspra, in provincia di Palermo: "Quando manifestai la mia preoccupazione a Provenzano questo mi disse di stare tranquillo perché a lui non lo cercava nessuno e di essere protetto dai carabinieri". Dei legami del padrino di Corleone con i carabinieri avrebbe parlato anche il confidente Luigi Ilardo, ucciso prima che riuscisse a formalizzare la sua collaborazione con la giustizia. Sarebbe statao Ilardo a confidare a Michele Riccio, l’ufficiale che indagava su Provenzano, dei suoi rapporti con i carabinieri.  Per il pm tutta la vicenda ruota intorno alla trattativa stato-mafia  avviata alcuni anni prima. Trattativa che, secondo Di Matteo, portò al patto tra i carabinieri e Bernardo Provenzano diventato garante della fine della stagione stragista. Nella seconda parte della sua requisitoria il magistrato ha tracciato, infatti, un excursus temporale, dal 1991 al 1994, approfondendo le fasi della trattativa che avrebbero coinvolto, in particolare, il generale Mori passando per la stagione delle stragi.

Il 1991 avrebbe segnato- secondo il pm- la rottura tra Cosa nostra e la politica. Il motivo sarebbe da ricercare nella mancata revisione del maxi processo, chiesto dal boss Totò Riina, alla quale cosa nostra reagì duramente mettendo in atto una precisa strategia in più fasi. La prima fase – secondo Di Matteo- è stata quella della "pulitura dei piedi e dell’eliminazione dei rami secchi", per usare il linguaggio di Totò Riina. In questo contesto si inserirà l’omicidio, nel marzo del 92, dell’onorevole Salvo Lima come primo atto di quello che successivamente si trasformò in un vero e proprio attacco allo stato. Un attacco che, secondo il magistrato, dopo la strage di capaci portò i vertici del Ros ad intraprendere un dialogo con Cosa nostra attraverso la figura di Vito Ciancimino e dunque alla seconda fase della strategia di cosa nostra .