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Parla Pedicone: "Non sono rambo, è stata una leggerezza"


Intervista all'ex comandante dei vigili urbani. Rischiava otto anni di carcere. Nonostante la condanna a undici mesi si proclama innocente.

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PALERMO - “Tutti portiamo le nostre croci, non sappiamo quali brutte sorprese
possa riservarci la vita. Che capitano nostro malgrado. Ci si può trovare di fronte a situazione che mai avresti previsto. È stata una leggerezza. Un peccato veniale, un errore”. Maurizio Pedicone ha da poco saputo di essere stato condannato a undici mesi di carcere quando accetta di parlare della sua vicenda processuale. Nei suoi confronti ha retto l'accusa di porto d'armi in luogo aperto, ma non quella di spari nella pubblica via. Rischiava fino ad un massimo di otto anni di carcere.

Mi perdoni, da un uomo di esperienza come lei, ex comandante dei vigili urbani, un errore simile è ancora più grave. O no?
“Mi sono trovato lì, mio malgrado, non mi sento responsabile di un reato. Le armi non erano mie e non pensavo che fossero detenute illegalmente. Quel giorno non dovevo neppure esserci. Ho un moschetto del 1891, risalente alla prima guerra mondiale e Cuomo (Francesco Cuomo già condannato per la stessa vicenda ndr) mi dice che il suo amico vuole sparare con quel fucile. Se non me lo avesse chiesto non ci sarei neppure andato. Sono un collezionista, campione di tiro regionale dal 2005 al 2010. Non mi metto a giocare alla guerra. Su questa storia si è detto e scritto di tutto e di più.

E cioè?
"All'inizio si parlava di traffico di armi. Si diceva che avevo un arsenale. Mi ha fatto male. Tutte le armi trovate a casa mia erano regolarmente detenute e denunciate. Lo stesso giudice per le indagini preliminari lo ha capito subito e mi rimise in libertà. Fu lui a parlare di incoscienza e bravata per avere trasgredito delle norme, ma precisò che non avevamo arrecato danni nè creato pericoli ad altre persone. È in me radicato il rispetto delle regole. Ciascuno di noi ha delle passioni e degli hobby. Ho tanto di licenza, del prefetto e del questore. Ed invece sono diventato il rambo che gioca alla guerra. Guardi che quel giorno ero in jeans, maglione grigio e girocollo blu. Niente giochi di guerra".

Però avrebbe potuto fermarsi quando vide tutte quelle armi
"Non erano mie, ma di Cuomo. È stato lui stesso a dirlo. Non conoscevo le altre due persone. Era la seconda volta che li vedevo. Ero amico solo di Cuomo che era un arbitro federale. Le armi le ha portate lui e credevo che fossero di caccia. E mi consenta di dire un'altra cosa".

Prego
"Non eravamo in un'area pubblica, ma in un terreno privato ed eravamo pure autorizzati dal proprietario. Una circostanza emersa grazie alle indagini difensive. Ecco perché ringrazio i miei avvocati Marcello Montalbano e Fabrizio Lanzarone".

Lei resta, però, un imputato condannato. Non è un particolare di poco conto, tutt'altro. Non crede?
"Non mi sento responsabile del reato di porto d'armi".

Il giudice la pensa in maniera diversa
"E io la sentenza la rispetto. Nel mio caso non la condivido, ma la rispetto. Sono un uomo delle Istituzioni. Le ripeto, tutto è accaduto senza che ne sapessi nulla".

Mi permette una cattiveria giornalistica?
"Prego"

Lei è stato condannato a undici mesi. Un solo mese in più e avrebbe perso il posto di lavoro. Qualcuno potrebbe pensare che la giustizia sia stata magnanima con lei.
"Ho la coscienza a posto. Siamo abituati a certi atteggiamenti forcaioli. Non sono il potente di turno. Sono un dipendente comunale e faccio il mio lavoro. Credo nello spirito di servizio. Mi sento innocente. Se un giudice mi ha dato questa pena, che non condivido ma rispetto, valutando le attenuanti generiche come prevalenti, non ha fatto certo un favore a un potente, perché io non lo sono".

In questi mesi ha ricevuto più critiche o attestati di solidarietà?
"Sono sincero, non è una difesa d'ufficio la mia. Ho ricevuto tante dimostrazioni di stima. Sia da amici che da persone che mi conoscono poco o affatto. Altri hanno capito che è stata una leggerezza. Anche nei commenti ai vostri articoli ho visto tanta gente che mi esprimeva solidarietà".

Per la verità c'era chi non le ha risparmiato critiche feroci
"È vero, ma in minoranza. Molti hanno capito che è stata una leggerezza. Siamo esseri umani, con le nostre, le mie, debolezze. Un peccato veniale".

L'arresto di allora lo ritiene oggi eccessivo ?
"Mi metto nei panni dei carabinieri che hanno visto quella situazione. Hanno fatto il loro dovere. Quello che conta è che quando c'è stato l'interrogatorio di garanzia, sono stato rimesso in libertà".

Qual è stata la cosa che l'ha fatta soffrire di più?
"Restare un anno a girarsi i pollici (percepiva un assegno di solidaroetà che per alcuni meis non ha incassato visto che gli era stato bloccato il conto corrente ndr). È stata dura per me che ho sempre lavorato. Voglio mettermi al servizio della città che ha bisogno di tutti noi. Avrei voluto dare il mio contributo e voglio darlo. Adesso torno al lavoro. Poi, valuteremo l'eventuale ricorso in appello".