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Un uomo che sbaglia e chiede scusa

Delitto e perdono


Tutte le storie acquistano un senso se si ha l'intelligenza di ricavarne una morale condivisibile.


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Fabrizio Miccoli
PALERMO - Un uomo ha sbagliato e ha chiesto perdono. Non conta quanti soldi abbia, quanto sappia giocare bene a pallone o quale sia il suo grado d'attrazione nella parata delle maschere mondane. Contano, nel giudizio sereno, la qualità dell'errore e la persona che c'è dietro. La colpa appare colossale: l'insulto alla memoria di Giovanni Falcone. Si può discutere sul modo in cui la notizia sia venuta alla luce. Non ci sono refluenze giudiziarie nel passaggio incriminato e si tratta pur sempre di privacy. Tuttavia è bene che se ne parli. Le storie acquistano un senso se si ha l'intelligenza di ricavarne una morale condivisibile.

E' necessario, giusto e spontaneo condannare la frase di Fabrizio Miccoli, il protagonista della vicenda. Come è utile contestualizzare il fatto. Non per offrire attenuanti. Per comprenderlo meglio. Siamo a Palermo, capitale di coloro – dal più grande al più piccolo – che cercano, se non la protezione, l'inserimento in un sistema di garanzia assoluta, ricorrendo a percorsi trasversali, a zone opache o grigie, a rapporti che non saranno illegali e neppure risultano commendevoli. Tutti, al mattino, ci raccomandiamo alla benevolenza del posteggiatore abusivo che sorveglia la macchina e così diventa padrone di una porzione della nostra giornata.

Se solo una volta cediamo alla lusinga dell'obolo, mai più potremo sottrarci. L'euro lasciato nelle mani dell'uomo con cappellino e fischietto - nel codice vigente, seppure non scritto - sancisce una sorta di obbligazione. Ogni volta, perciò, dovremo versare qualcosa al guardiano che ci chiede i soldi per un caffè. La sua signoria, velata da maniere cortesi, è già incardinata e ci condiziona.

In un modo simile, in un contesto differente per grandezza, per dimensioni dello sbaglio, si è comportato Fabrizio Miccoli. Si è avvicinato ad alcune persone perché - come ha ripetuto lui – voleva essere “solo Fabrizio”, cercando un gruppo d'appoggio. Ha magari accettato che la sua popolarità diventasse un'arma spendibile sul crinale di amicizie pericolose. E, a quel punto, si è trovato coinvolto nel meccanismo.

C'è il sospetto che l'ex capitano rosanero abbia fin troppo addormentato la sua coscienza critica e intima, legandosi a certi personaggi e certe consuetudini, ferma restando l'ovvia presunzione di innocenza in sede penale. Probabilmente, Miccoli non si è limitato al grado zero del compromesso, all'euro concesso al posteggiatore (e sempre e solo di etica si tratta). Forse - considerando ciò che sappiamo – ha consegnato il patrimonio della sua reputazione di simbolo a un universo in chiaroscuro, più in scuro che in chiaro.

L'errore è appunto qui. Non avere compreso dove finisce il campo e dove comincia la vita. Non avere percepito che, se frequenti alcuni piuttosto che altri, prima o poi dirai: “Quel fango di Falcone” e ti porrai all'esterno della cerchia dei cittadini veramente e moralmente onesti. Per condiscendenza, per spirito, per stupidità: lo dirai e sarai fuori. La circostanza della successiva scoperta è in fondo secondaria rispetto all'esclusione dalla schiera dei migliori - di coloro che hanno perso la vita, di coloro che quotidianamente lottano - che quella frase odiosa inevitabilmente comporta. Poi c'è da affrontare un discorso collaterale. E riguarda 'noi' che gridiamo allo scandalo.

E' giusto, spontaneo e necessario valutare con severità il comportamento di un (ex) idolo popolare. E', però, assurdo delegare a un calciatore la salvaguardia di ideali intangibili. E' infantile affidare al numero dieci di turno la rappresentanza e l'immagine del mondo perfetto, come vorremmo che fosse. “Quel fango di Falcone” è davvero una frase odiosa che ci spingerebbe ad allontanare chiunque la pronunciasse dal novero dei conoscenti. Ma non possiamo attribuirle, in bocca a Miccoli, un significato più amplificato e più terribile dello schianto che avrebbe se a pronunciarla fosse un tale di passaggio al bar.

Fabrizio Miccoli non è un politico, né un professore, né un giornalista, né un funzionario. Non riveste un ruolo che gli imponga la coerenza tra comportamenti privati e pubblici inattaccabili. Siamo davanti a un calciatore, con la tipica alienazione di tanti come lui, assolutamente incapaci di spiegarsi quale sia il limite tra la vita e il campo. Sarebbe fuorviante scambiare i sogni leggeri che corrono sul prato per qualcos'altro e identificare nel pallone un presidio immacolato, una rivendicazione di civiltà, una trincea assoluta del bene. Per sperare e costruire, ci sono punti di riferimento che non coincidono col gol. Possiamo sognare ben altri sogni.