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IL CASO

L'interrogatorio, le certezze e i dubbi dei pm


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Miccoli in conferenza stampa

di RICCARDO LO VERSO L'ex attaccante del Palermo piange in conferenza stampa e chiede scusa alla città: "Sono qui a prendere le mie responsabilità. Spero che questa storia finisca al più presto". Dopo l'interrogatorio in Procura si valuta che il reato sia stato commesso “con coscienza e volontà”.

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PALERMO - I fatti sarebbero certi e il ruolo di Fabrizio Miccoli assodato. In Procura sembrano non avere dubbi. Resta da valutare, però, il cosiddetto elemento psicologico del reato. Non è questione di poco conto visto che, codice alla mano, per mandare sotto processo una persona bisogna accertare che il reato sia stato commesso “con coscienza e volontà”.

Ed è ciò che hanno cercato di fare i pubblici ministeri nel lungo interrogatorio. Ecco giustificato quel pensiero che circola nelle stanze della Procura. E cioè che Miccoli sia stato “umanamente convincente” nel corso delle quattro ore trascorse davanti al procuratore aggiunto Leonardo Agueci e ai sostituti Francesca Mazzocco e Maurizio Bonaccorso. Ad esempio nella vicenda delle schede attivate da un rivenditore e intestate a ignari clienti, Miccoli avrebbe ammesso la sua incapacità ad orientarsi anche nelle operazioni più banali. Preferiva perciò delegare qualcun altro per la faccende spicciole della quotidianità. È certo, comunque, che la contestazione di accesso abusivo ad un sistema informatico non è aggravata dall'articolo 7. Aggravante che viene contestata quando entra in gioco la mafia.

Gli investigatori della Dia hanno captato la voce del calciatore mentre davano la caccia al mafioso della Kalsa, Antonino Lauricella, che per un periodo si è dato alla latitanza. Una delle schede riservate è stata utilizzata da Mauro, il figlio del boss. Inevitabile che anche lui fosse seguito nella speranza di arrivare al padre. Ed è venuta fuori la storia dell'amicizia fra il ventottenne, che ha giocato nei campionati minori, e il campione affermato. Amicizia vera, per altro mai nascosta, da entrambe le parti. “Ti lascio il telefono in portineria”, avrebbe detto capitan Miccoli a Mauro Lauricella. Escluso, però, ogni collegamento, anche indiretto, con il mafioso latitante, soprannominato lo Scintillone.

Dalle stesse indagini sarebbe venuta fuori la storia della presunta estorsione a cui Miccoli avrebbe partecipato in concorso. Una storia ingarbugliata per stessa ammissione degli investigatori che, oltre a Miccoli, hanno convocato altri protagonisti per interrogarli nei prossimi giorni. Qualcuno si sarebbe rivolto al calciatore per recuperare un grosso credito, alcune migliaia di euro, che qualcun altro non voleva pagare. E Miccoli avrebbe chiesto l'aiuto di Mauro Lauricella che sarebbe intervenuto utilizzando toni minacciosi. All'affare, comunque lecito, Miccoli non aveva alcun interesse diretto. Insomma, non erano soldi suoi.

Resta il dubbio iniziale: Miccoli era cosciente che avrebbe contribuito alla commissione di un reato, qualora sia stato davvero commesso? Oppure, come lui stesso avrebbe spiegato ai pm, si sarebbe limitato ad aiutare un amico, come mille altre altre volte era accaduto ad una persona generosa come lui? Nel corso dell'interrogatorio non si è parlato delle frequentazioni di Miccoli e neppure della frase ingiuriosa contro Falcone. Episodi su cui si è aperto un dibattito etico che, nulla, però, hanno a che fare con eventuali contenuti “penalmente rilevanti” che in Procura stanno cercando di accertare.