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I ricci, le domande, le stelle


Anche adesso, dopo tante estati, io continuo a gustare improvvisi e inattesi squarci di sensazioni che mi riconducono all’essenza del mio vivere. E mi sembra di avere sempre vent’anni.

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, Le firme, Le idee
Anche se non faccio più parte di quel mondo ormai da tanto tempo, continuo a vivere l’ultimo giorno di scuola con le stesse emozioni di sempre. La mia mente associa la fine delle lezioni alla libertà, al soddisfacimento di quei piaceri che erano stati accantonati in attesa della bella stagione. Che poi, a ben rifletterci, questi pensieri sono un po’ infantili. Come se la vita potesse offrire eventi positivi da giugno a settembre e negativi a dicembre e gennaio. Resta il fatto però che, a prescindere da ciò che sono costretta a vivere non avendolo scelto, ci sono momenti in cui il mio orologio mentale mal si accorda con quello biologico. E torno a vivere con trepidante aspettativa un’altra estate.

Quando sfoglio l’album della memoria, mi meraviglio dalla gran quantità di foto che vi sono rimaste impresse e mi accorgo di quanto il mio vissuto condizioni ancora oggi la mia voglia di vivere. Avevamo una zattera. Mio padre l’aveva fatta costruire in falegnameria. Tre metri per tre, tenuta a galla da bidoni vuoti e sigillati. Con i miei amici la portavamo al largo e tra un tuffo e un altro pescavamo i ricci. Quando poi a fine mattinata ci arenavamo sulla battigia, trovavamo il pane appena sfornato, le mafaldine, portato da mia madre. Quegli odori e quel sapore… Li cerco ancora e non dispero di poter rivivere quel piacere.

Era l’età delle domande esistenziali. Guardare il cielo stellato, come non lo è più da anni, e sentirsi piccola e chiedersi quale potesse essere il proprio ruolo, il proprio contributo a quell’armonia che osservavo mentre, isolata da tutti gli altri, stavo sdraiata su una panchina in marmo accanto alla quale qualcuno, in tempi passati, aveva piantato un gelsomino. Pensavo che ogni cosa, la pietra ancora calda, l’odore forte e dolciastro dei fiori, il vocio lontano degli amici che mi cercavano, la Via Lattea che sembrava una strada da percorrere, tutto fosse in armonia e ogni cosa perfettamente complementare alle altre. Mi sentivo parte di un Tutt’Uno e questa era una idea che mi attraeva, che sentivo esaltasse la mia libertà.

La cosa che più mi stupisce è l’accorgermi come anche ora, quando mi capita di ricreare seppur vagamente e involontariamente quella situazione, riprovo le stesse emozioni e mi vengono gli stessi pensieri.

C’è un momento della giornata in cui il mare riflette il cielo come se fosse uno specchio. Mi abbagliava, in certi giorni, mentre lo osservavo affacciata da una terrazza di una casa di pescatori. E’strano come la vita possa regalare degli attimi di pura gioia a chi non se li aspetta. Ho imparato, ma forse ho sempre istintivamente saputo, che bisogna vivere con la consapevolezza che in ogni istante può capitare la cosa di stupefacente degna di essere vissuta e che possa essere ritenuta un pilastro della fondamentale della filosofia con cui si affronta il proprio cammino.

Ed anche adesso, dopo tante estati, io continuo a gustare improvvisi e inattesi squarci di sensazioni che mi riconducono all’essenza del mio vivere. E i “pilastri” aumentano e mi sembra di avere sempre vent’anni.