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In bocca al lupo, ragazzi


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Secondo un'indagine del Sindacato Medici Italiani, il 90% dei quasi 13.000 medici di Guardia Medica hanno subito aggressioni o violenze sul posto di lavoro che nel 30% dei casi sono andate oltre la semplice minaccia verbale.

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, Le firme, Le idee
Accompagnati dalle consuete polemiche, anche quest’anno si sono tenuti i test di selezione per l’accesso ai corsi di laurea a numero chiuso. Come sempre, particolarmente ambiti sono quelli delle professioni sanitarie (prima tra tutte quella di medico) che continuano ad attrarre i giovani grazie all’incontro tra una genuina vocazione alla missione d’aiuto e una più terrena valutazione delle prospettive di collocazione sul mercato del lavoro. Il mio vissuto quotidiano e alcuni recenti fatti di cronaca mi hanno fatto riflettere su come sia cambiata la mia professione da quando la scelsi in anni in cui l’accesso era libero e le matricole a Palermo più di mille.

Il primo e più drammatico episodio è quello dell’assassinio della psichiatra Paola Labriola per mano (e coltello) di un tossicodipendente in un Centro di Igiene Mentale di Bari. L’episodio riapre il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro del personale sanitario, in particolare nelle strutture destinate alle patologie psichiatriche e alla gestione delle urgenze, come le Guardie Mediche e i Pronto Soccorso. Secondo un'indagine del Sindacato Medici Italiani, il 90% dei quasi 13.000 medici di Guardia Medica hanno subito aggressioni o violenze sul posto di lavoro che nel 30% dei casi sono andate oltre la semplice minaccia verbale. Il fenomeno è particolarmente odioso in quanto coinvolge principalmente le donne, destinate nei prossimi anni a rappresentare la maggioranza dei medici: secondo un rapporto dell'Ordine dei medici di Roma, la percentuale di donne medico che subiscono aggressioni (4%) è doppia rispetto a quella, già inaccettabile, delle donne italiane in generale.

Come spiegare tutto questo? Da una parte lo stato di malessere fisico e psicologico riduce l’autocontrollo ed esalta la conflittualità. Dall’altra, condizioni di stress e turni massacranti che spesso sfociano nella “sindrome da burnout” a volte tolgono al personale sanitario la necessaria empatia che rappresenta l’essenza stessa della professione. Ed in mezzo la struttura “in sé” e la distanza che intercorre tra le aspettative dell’utenza e la realtà in cui si irrompe quando si cerca aiuto. Certo, tutti sogneremmo di essere accolti in ambienti confortevoli, di non dover aspettare a volte per ore su una panchina o su una barella, di trovare sempre un posto letto nel reparto giusto oppure di tornarcene presto a casa risanati.

Tuttavia, tralasciando l’elevata percentuale di accessi inappropriati, questa è quasi sempre un’utopia e quasi mai per colpa del poverocristo che sta lì a reggere la baracca. Perché il vero e drammatico problema, almeno per quanto appare da questa parte della barricata, è che noi che stiamo con i malati e con i loro familiari siamo l’unica interfaccia tra l’utenza e il sistema. Più che l’interfaccia, direi la faccia, nel senso di quella che ci mettiamo. Figuratamente e talora anche di fronte ai pugni.

Si dirà che noi abbiamo gli strumenti per cambiare le cose. Che se noi segnaliamo i problemi a “chi di competenza” essi saranno affrontati e risolti. E qui vi parlo della seconda notizia della settimana: il licenziamento di un medico del Policlinico Umberto I di Roma, reo di aver usato un “atteggiamento volutamente persecutorio e reiterato a detrimento dell'immagine dell'azienda attraverso l'uso improprio dei mass media” nelle denunce pubbliche dei problemi di sicurezza delle gallerie ipogee di quell’ospedale. La notizia rappresenta un’ulteriore conferma sulla progressiva dilatazione della distanza, direi meglio del baratro, che separa la nostra trincea dalle loro stanze dei bottoni. Quelle in cui si riuniscono i grandi strateghi che non hanno mai combattuto, non dico una battaglia, ma neppure una scaramuccia. Tagli trasversali di posti-letto e di interi reparti spesso in spregio alle evidenze epidemiologiche e agli indici di occupazione, assenza di ricambio generazionale, cronica carenza di infermieri, riduzione dei servizi di vigilanza nei posti a più elevato rischio sono tutti elementi che contribuiscono al disagio che si vive, su entrambi i fronti, negli ospedali pubblici italiani e che sempre più spesso sfocia in contese fisiche o giudiziarie.

Non è certo mia intenzione scoraggiare i fortunati che passeranno il test e che si affacciano con giovanile entusiasmo all’albore di una professione meravigliosa. Ma forse è bene che essi sappiano che il mestiere è sempre più difficile. A loro vada il mio “In bocca al lupo”. Ne avranno davvero bisogno.