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Il punto

Elezione diretta e 'tecnici'
Così è iniziata l'era dei re


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Blindati dall'istinto di conservazione dei deputati, circondati da assessori sganciati dal consenso popolare, gli inquilini di Palazzo d'Orleans si sono trasformati in monarchi. Contro i quali i partiti hanno armi ormai spuntate

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PALERMO - Nel calcio si sarebbe parlato di fallo di frustrazione. La reazione durissima del Pd siciliano, forse inaspettata per lo stesso Rosario Crocetta, è figlia di un'esasperazione profonda. E di un'escalation senza fine che ha fatto avvertire al partito la propria impotenza di fronte ai dinieghi del presidente della Regione e alla sua gestione solitaria del potere. Gli attacchi di Crocetta, che da mesi nelle sue uscite pubbliche dipinge il Pd alla stregua di una congrega votata, nella migliore delle ipotesi, alla conservazione del peggio del sistema politico-clientelare che ha fatto da padrone in Sicilia nell'ultimo mezzo secolo, hanno scavato un fossato tra presidente e partito che non era più colmabile. Quando poi la polemica è degenerata sul personale, la situazione è letteralmente sfuggita di mano, fino alla clamorosa rottura.

Al Partito democratico è toccato prendere atto, sulla sua pelle, della trasformazione profonda che il sistema politico siciliano ha vissuto nell'ultimo decennio. Nella scorsa legislatura era toccato ad altri scoprirlo a proprie spese, quando a Palazzo d'Orleans regnava Raffaele Lombardo. Un verbo che non usiamo per caso, perché, come scrivemmo già a novembre dell'anno scorso (in un articolo che commentammo col fotomontaggio che oggi riproponiamo), il nuovo schema politico siciliano ha trasformato il presidente della Regione in una sorta di sovrano, con buona pace dei partiti.

L'elezione diretta, infatti, investe l'inquilino di Palazzo d'Orleans di una legittimazione popolare che lo rende quasi invulnerabile. Anche se, come nel caso di Rosario Crocetta, a votarlo sono stati solo una manciata di elettori (meno del 15 per cento degli aventi diritto, ma grazie all'astensione e alle divisioni del centrodestra sono stati sufficienti). Il punto è che per mandare a casa un governo, ormai, l'Ars deve essere disposta a fare harakiri. E l'istinto di conservazione della poltrona dei deputati (lo si era già visto ai tempi di Lombardo) è la migliore assicurazione sulla vita politica di un presidente della Regione.

Di sfiduciare Crocetta oggi nessuno o quasi parla. Anzi, a poco più di 24 ore dalla brusca rottura del Pd, sono fioccate le aperture al dialogo, alle grandi intese, al confronto bipartisan, anche se ufficialmente l'opposizione nega di voler offrire stampelle al governo. Sono già una decina i deputati che nei primi mesi della legislatura sono saltati sul carro del vincitore, transumando con disinvoltura dall'opposizione alla maggioranza. E non si può certo escludere che altri ne verranno. Crocetta lo sa, così come sa bene che il Parlamento non staccherà la spina alla legislatura e che in qualche modo il suo governo male che vada raccatterà qua e là i voti necessari per approvare le poche leggi che si fanno vedere dalle parti di Sala d'Ercole. Magari, chissà, ricalcando schemi nazionali. Sempre che il Pd romano non intervenga per imporre una pace, che oggi però appare complicata.

Accadeva più o meno lo stesso due o tre anni fa con Lombardo, che faceva spallucce di fronte agli anatemi del Pdl, scaricato senza troppi patemi d'animo e sostituito, ironia della sorte, con quel Pd che approdava al potere dalla porta di servizio e che oggi ne esce dopo esserci entrato dalla porta principale.

Ma non è solo l'elezione diretta ad aver profondamente trasformato la figura del presidente della Regione. Il tocco da maestro, quello che lo ha definitivamente elevato a rango di monarca, si deve alla trovata astuta di Raffaele Lombardo, prontamente fatta propria da Rosario Crocetta, ed è quella del così detto governo tecnico. Assessori non deputati, sganciati da qualsiasi consenso popolare, diventano inevitabilmente uomini e donne “del presidente”, con buona pace delle forze politiche che li hanno indicati. Era già accaduto con Lombardo, accade nuovamente oggi con Crocetta. Tanto più quando la carica di assessore piove sulle spalle non di un tecnico di conclamata fama, ma di qualche giovane di belle speranze dal curriculum non esattamente impressionante, che difficilmente rinuncerà all'occasione della vita per il diktat di un partito. Soprattutto se c'è un altro partito, quello che il governatore quasi indisturbato ha messo su in questi mesi, che si offre come porto sicuro in cui riparare.

Questo il contesto in cui inquadrare la strana crisi siciliana. Nella quale le armi dei partiti appaiono spuntate e i rapporti di forza tra questi e il governatore sono inevitabilmente sbilanciati a favore di quest'ultimo. Tanto più se si chiama Rosario Crocetta e ha l'abilità mediatica di convincere l'opinione pubblica di essere stato mollato dal suo partito per una bassa questione di poltrone e non per legittime divergenze politiche sui contenuti e sulle modalità di esercizio dell'attività di governo. Una trappola insidiosa in cui il Pd rischia di cascare mani e piedi. Insieme all'altra, altrettanto subdola, di apparire come lo strenuo difensore dello status quo che si sgancia dall'innovatore per difendere posizioni di retroguardia.

In questo quadro, i problemi e le emergenze della Sicilia restano per il momento drammaticamente sullo sfondo. E i venti di guerriglia vietnamita che da oggi spirano a Sala d'Ercole non lasciano presagire molto di buono a chi ancora si ostina a non rassegnarsi a un futuro disastroso.