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L'analisi

Crocetta messo all'angolo dal Pd
Pronto il rilancio del Megafono?


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crocetta, megafono, pd, Politica

La commissione nazionale di garanzia ha ribadito: "Il Megafono è incompatibile col Pd". L'assessore all'Economia Bianchi lascia il governo al quale il partito ha tolto il sostegno. Il governatore appare sempre più isolato. E adesso ha di fronte due scelte: accettare le condizioni dei democratici o "rompere" definitivamente, rilanciando il suo Movimento. E la "base" glielo chiede a gran voce.

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PALERMO - Un puglie nell'angolo, in fondo, ha solo due scelte: abbracciare l'avversario (“legare”, come amano dire gli appassionati), o contrattaccare. Scoprendo la guardia e picchiando più forte possibile. Rosario Crocetta, oggi, è un po' nella stessa condizione. Il ring dello scontro tra sé, il suo governo e il suo partito si è ristretto terribilmente. Anche se lui, il governatore, difficilmente finirà ko. Perché con lui, andrebbero giù anche i suoi avversari.

Nessuno, oggi, sembra avere alcuna intenzione di chiudere questa esperienza di governo. O meglio, nessuno, tra i deputati regionali, ha voglia di tornare a casa. Che sarebbe, alla luce di quanto sta accadendo alla giunta e in parlamento, quasi la soluzione naturale. Il Pd nel togliere il sostegno all'esecutivo, sta negando al governo la maggioranza numerica. Che oggi, non c'è, in effetti. I numeri sarebbero buoni per una sfiducia. Che non arriverà.

E allora? Come si esce dall'angolo? Come si viene fuori, per usare una metafora utilizzata dal democratico Ferrandelli, da questa sorta di “Via Castellana Bandiera”, dove due auto non possono passare nello stesso momento? E dove una, per forza, dovrà fermarsi. Scostarsi. Fare strada.

Il Pd ha messo alle corde il governatore. E stavolta, l'impressione è che si tratti non solo del Pd regionale. Anche da Roma, non arrivano segnali molto confortanti per Rosario Crocetta. La decisione di Luca Bianchi di abbandonare la giunta (nonostante la volontà di attendere qualche giorno) è sintomatica. Nel suo comunicato, infatti, Bianchi afferma di rimettere il proprio mandato nelle mani del presidente, ma anche “del suo partito”. Che non sembra, oggi, vedere così di buon occhio l'esperienza crocettiana. O quantomeno, alcuni recenti sviluppi. Come quelli riguardanti la diffusione e l'allargamento del Megafono. Ieri, la commissione nazionale di garanzia ha, di fatto, posto il destino dentro il partito di Crocetta nella mani dei dirigenti regionali. Che da settimane ormai, litigano col governatore. Con toni e parole al limite (ma anche oltre il limite) dell'offesa personale.

Insomma, il Pd nazionale sembra, se non aver mollato, certamente essersi un po' distanziato dal presidente della rivoluzione. E la battuta caustica di Davide Faraone, qualche giorno fa, è un altro segnale: “Non è vero che Guglielmo Epifani era impegnato in parlamento. Semplicemente non ha voluto incontrare Crocetta”. E dire che crocettiani e renziani sembravano essersi avvicinati... Il presidente, dal canto suo, racconta di una telefonata “cordiale”, nella quale il segretario nazionale del Pd si sarebbe impegnato a occuparsi della “questione siciliana”. Ma ha anche orgogliosamente rivendicato il fatto di non cercare “nè protezioni, né raccomandazioni” a Roma. A riprova di come il clima, tra Palermo e la Capitale, non sia poi così disteso.

Ma le decisioni della commissione di garanzia e quelle dell'assessore Bianchi (alla quale potrebbe seguire quella di Nino Bartolotta) trasmettono anche un'altra “informazione politica” non così scontata: il Pd è un partito. Composto non solo da dirigenti ed esponenti politici magari coinvolti recentemente in qualche personalismo di troppo. Ma soprattutto da organismi che decidono. E da gruppi (anche parlamentari) in grado di determinare l'esito dell'azione amministrativa. Insomma, prima la direzione del Pd quasi completamente unita decide l'uscita dal governo. Poi il gruppo dell'Ars smonta l'Irsap, costringendo l'esecutivo a cambiarne i vertici. Quindi la commissione di garanzia nazionale ribadisce: “Crocetta deve iscriversi al gruppo Pd e deve sciogliere il Megafono. O è fuori”. "Non ho alcun problema con il Pd, - ha replicato il governatore - é il Pd che ha deciso di avere un problema con me".

La crisi di governo, insomma, altro non è che una “crisi di rigetto”. La personalità e le scelte del governatore non sono compatibili (ognuno dia a questo fatto il valore che crede) con la vita del partito. Una crisi ampiamente annunciata. Già un anno fa. Quando il candidato che porterà il centrosinistra a una vittoria storica, era guardato con scetticismo proprio dal suo stesso partito. Che aveva cercato qualsiasi alternativa. Un nome qualunque, al posto di Crocetta. Persino quello di Pippo Baudo, nell'incadescente estate 2012. Uno scetticismo tale da consentire all'Udc, addirittura, di anticipare i democratici. “Crocetta è il nostro candidato”. Già. Candidato dell'Udc, meglio ricordarlo. Solo a ruota, è giunto il Pd. Che oggi avverte i sintomi di quella crisi di rigetto. Crocetta fa tutto da solo. Crocetta agisce per sé. Crocetta va avanti ad annunci, nutre la propria smania di popolarità. Crocetta lavora solo per il Megafono. Queste solo le ultime accuse sorte, in maniera più o meno ufficiale, nell'ampio giardino democratico. Ma è l'ultima, oggi, a essere più gravida di conseguenze.

Nella Sicilia centrale e orientale sta correndo una voce. Quella della nascita di una sorta di “Megafono 2.0”. Un'idea già in qualche modo preannunciata dal ritorno del presidente su Facebook con i suoi “pizzini”. Lo stesso strumento utlilizzato nei giorni in cui la sua candidatura a governatore nasceva “dal basso”. Ed era osteggiata dallo stesso Pd di oggi. Mentre oggi i fedelissimi in parlamento del governatore, provenienti da esperienze politiche di ogni tipo (anche da quelle che Crocetta, oggi, ribadisce di voler cancellare, dimenticare) ventilano l'ipotesi di una “federazione”. Una fusione tra Democratici e riformisti, Articolo 4, e , appunto, il movimento di Crocetta.

“Il Megafono era un'idea”, ha detto però Crocetta. Concetto vero fino a un certo punto. Perché l'idea, nel frattempo, è stata sposata da uomini e donne. Che hanno creduto nel movimento. Con motivazioni ideali, o pragmatiche. E che hanno contribuito alla crescita, con risorse di ogni tipo. E che adesso, non sembrano molto disponibili ad accettare un “colpo di spugna” che cancelli quell'esperienza, in osseuquio al volere di un partito nazionale al quale molti di loro non sono per nulla vicini. “Se serve, scioglierò il Megafono”, ha detto Crocetta. Ma in molte province, da Enna a Siracusa, passando per la sua Caltanissetta, non sono mancati i mugugni. Gli esponenti del Movimento avrebbero dovuto incontrare il governatore qualche giorno fa. Ma l'incidente stradale che ha coinvolto la scorta di Crocetta, ha stravolto l'agenda. Se ne riparlerà comunque tra una settimana, massimo dieci giorni.

La “base” che ha sostenuto l'ascesa di Crocetta non ci sta. E forse, nemmeno il governatore. Che dovrebbe chiedere a tutti gli eletti (deputati regionali, senatori, sindaci e consiglieri comunali) di passare al Pd. Persino in territori nei quali il Megafono e i democratici sono stati avversari. O di scegliere altre strade. Col rischio di perdere per strada fette consistenti (e utilissime) di consenso. Quella “base” sta chiedendo fortemente al governatore non solo di non fare scomparire la creatura. Ma addirittura di rilanciarla, di strutturarla davvero (non si è capito, infatti, cosa si voglia sciogliere, se si tratta al momento solo di “un'idea”). “Crocetta non scioglierà mai il Megafono”, assicura un esponente politico molto vicino al Movimento. Il presidente, insomma, ci sta pensando davvero: uscire dall'angolo contrattaccando. Consapevole del fatto che nessuno ha davvero l'intenzione di buttarlo al tappeto.