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MAFIA DI BRANCACCIO

"Gli sparo in una gamba... "
Quella volta che Scrima rischiò grosso


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Gli hanno sequestrato beni per due milioni di euro. Le indagini ricostruiscono il ruolo di Matteo Scrima nel clan palermitano dei fratelli Graviano. E svelano i contrasti sorti durante un summit di mafia.

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Matteo Scrima
PALERMO - Era il tesoretto di Matteo Scrima. Secondo gli investigatori, se l'era guadagnato sul campo, al soldo del clan di Brancaccio. Ora quel tesoretto è finito sotto sequestro. Si tratta di una gioielleria in via Lincoln, un appartamento e due box in corso dei Mille, un bazar all'interno del Florio Park di Cinisi. Roba per due milioni di euro.

Di soldi Scrima, oggi in carcere e di recente condannato a otto anni, era abituato a maneggiarne parecchi. Le indagini della Squadra mobile di Palermo che portarono, a fine 2011, anche al suo arresto, lo indicavano, infatti, fra gli uomini del clan di Brancaccio che si occupavano della raccolta del pizzo. Un tema caldo nel feudo dei fratelli Graviano. Anche perché, dicono gli investigatori, i soldi erano destinati a Nunzia Graviano, anche lei arrestata nel 2011. E così quando saltava una riscossione Cesare Lupo, uno dei "triunviri" di Brancaccio, andava su tutte le furie. E anche Scrima finì “sotto processo”. “Ha fatto un poco di bile”, diceva Girolamo Celesia parlando di Giuseppe Arduino. Ques'ultimo era un insospettabile capomafia visto che fino al suo arresto faceva il fattorino d'albergo. Ed invece sarebbe stato l'uomo incaricato di gestire il patrimonio dei fratelli Graviano, alle cui dipendenze si muovevano Antonino Sacco, Giuseppe Faraone e Cesare Lupo.

“Di bile, perché? Matteo non ci deve dare niente? - chiedeva Lupo a Celesia-. Ci vogliono 5.000 euro, io avevo l'appuntamento, dove li devo andare a prendere 5.000 euro?... gli dici, scusate, lui ha l’appuntamento, oggi, glielo ha detto, che ci deve fare avere a quelli la a… ci deve fare avere cinquemila euro... che sono soldi di quelli, loro si tengono i soldi… i soldi dei cristiani non se li devono tenere in tasca, si ci danno subito”. Arduino: “Se io arrivo... se io arrivo prima e me ne vado… se io li capito... e me ne vado, gli ho detto, perché io …li, devo portare tutta questa sera ai cristiani…io li devo portare tutta questa sera ai cristiani… con almeno diecimila euro… magari magari non mi porterei assai, magari diecimila euro, giusto è?”.

Gli investigatori si erano messi da tempo sulle tracce di Scrima, ex Pip della Social Trinacria, per via dei suoi precedenti penali. Sedici minuti dopo le 16 del 7 febbraio scorso scoprirono che di strada in Cosa nostra avrebbe avuto modo di farne parecchia. Al ristorante Villa Pensabene, alle spalle del Velodromo dello Zen, era in programma uno dei più importanti summit di mafia organizzati negli ultimi anni. Matteo Scrima vi arrivò in compagnia di Salvatore Seidita, anziano boss della Noce, Cosimo Michele Sciarabba e Giuseppe Calascibetta. Quest'ultimo era il boss di Santa Maria di Gesù, che sette mesi dopo sarebbe stato crivellato di colpi.

In quella riunione, a giudicare dalle parole di uno dei protagonisti, Matteo Scrima rischiò grosso. “Se fanno un accordo... loro... forse... Matteo (Scrima ndr) ha voluto dire... tu lo vedi com'è diventato Matteo... giallo”, diceva Cesare Lupo. Scrima si era permesso di rimproverare Sacco davanti a tutti. Gli contestava la mancanza di attributi e Sacco era andato su tutte le furie: “Giallo... verde... rosso... si è sentito male... chi è... a tipo giallino... gli ho detto i coglioni ce li hai tu... i coglioni... Cesare... se io senza mai Dio… faccio così... gli sparo in una gamba... e succede un manicomio... È stato meglio così... se eravamo in campagna... facevamo danno... ci ammazzavamo tutti... succede u' viva maria... Quaranta cristiani... degenera che non lo so... “. Sul tavolo c'erano questioni delicate. Affari e soldi.