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Crocetta, caccia ai numeri


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PALERMO – Forse la si potrebbe chiamare strategia dell’attesa. Ammesso che una strategia effettivamente ci sia dietro le uscite pubbliche delle ultime ore di Rosario Crocetta. Il governatore ieri ha smorzato i toni della polemica con il “suo” Partito democratico, non rinunciando però a qualche frecciata. Il segnale più significativo sta nella frase lasciata cadere lì in una conversazione con i cronisti al termine della lunga conferenza dei capigruppo dell’Ars, che ha tra l’altro fissato per il 10 ottobre la seduta in cui il presidente della Regione riferirà a Sala d’Ercole della crisi di governo. “La maggioranza non ha i numeri all'Ars e io confido nei singoli parlamentari, nella massima convergenza sui provvedimenti che servono alla Sicilia", ha detto Crocetta. Che pur evitando di gettare benzina sul fuoco delle polemiche col partito, da lui stesso ravvivate solo il giorno prima con le accuse al segretario Giuseppe Lupo paragonato niente meno che a Silvio Berlusconi, sembra aver voluto ostentare di fronte ai suoi avversari interni lo spettro di una possibile autosufficienza del governo senza il Pd. Un’autosufficienza però tuta da dimostrare.

Senza il sostegno compatto del gruppo del Pd (che conta su 17 deputati) al governatore resta una pattuglia di una trentina di parlamentari, composta dall’Udc (10 deputati), Articolo Quattro (7) e dai due gruppi a lui più vicini, quello del Megafono e i Democratici riformisti (12 in tutto, a cui si aggiunge Michele Cimino, formalmente iscritto al gruppo Grande Sud ma nell’alveo della maggioranza), più Pippo Gianni del Centro democratico, iscritto al gruppo misto. Numeri che certo non consentono una navigazione serena a Sala d’Ercole, come si è già visto nel primo e unico test post rottura, cioè il voto del disegno di legge sull’Irsap che ha visto il governo soccombere, impallinato proprio dal Pd. Fintanto che i rapporti col Partito democratico non raggiungeranno una ricomposizione, per sperare di andare avanti all’Ars a Crocetta servirebbero un’altra quindicina di voti da raggranellare qua e là. Nei giorni scorsi si è registrata un’apertura significativa da parte dell’Mpa, ma i lombardiani (sempre ammesso che tutti siano disposti a collaborare), con i loro sette deputati non sarebbero una stampella sufficiente per il governo. Qualche prudente segnale di apertura è arrivata anche dalle parti del Cantiere popolare, che però ha invitato Crocetta a illustrare provvedimenti concreti su cui chiedere convergenze. C’è poi la pattuglia renziana del Pd, che conta tre deputati, che in rottura rispetto al partito ha fatto sapere di voler continuare a sostenere il governo. Si è sussurrato anche di possibili, clamorose convergenze col Pdl o parte di esso, per il momento in ben altre faccende affaccendato. Sui quotidiani di oggi si parla di un'apertura dei berlusconiani dell'Ars, che si inquadra anche nella profonda spaccatura interna al partito a livello nazionale. Un canale di comunicazione tra Crocetta e Castiglione sarebbe aperto e potrebbe ricalcare gli schemi del governo Letta, ma si tratta di convergenze ancora tutte da costruire. Insomma, anche volendo sommare tutti i papabili soccorritori di Crocetta, la possibilità di raggiungere cifre che mettano al sicuro la giunta a Sala d’Ercole al momento è tutta da dimostrare.

Crocetta dal canto suo ieri ha ribadito di non volere “ribaltoni”. Insomma, nessun cambio di maggioranza, come era accaduto con Lombardo. Semmai, la disponibilità a parlare con tutti i gruppi per cercare le più ampie convergenze sui provvedimenti utili alla Sicilia. Facile a dirsi, più complicato a farsi. La verità è che senza l’appoggio del gruppo del Partito democratico, le cose per il governo si fanno maledettamente complicate a Sala d’Ercole. Crocetta, insomma, per governare ha interesse a che lo scontro con i democratici si ricomponga. E oggi, mentre parlava ai cronisti del possibile sostegno dei “singoli parlamentari”, stringeva il braccio al presidente del gruppo del Pd Baldo Gucciardi, incontrato in conferenza dei capigruppo, con il quale il presidente ha poi avuto un colloquio riservato prima di cominciare la riunione in giunta.

La strada della ricucitura col Pd resta però in salita. Il segretario Lupo è sembrato tutt’altro che accomodante e come lui altri dirigenti sul piede di guerra, pronti alla resa dei conti sul caso Megafono, dopo il via libera di Roma che ha affidato al partito siciliano il compito di assumere eventuali provvedimenti. “Chi sta nel Megafono è fuori”, diceva oggi senza giri di parole un dirigente democratico al termine di una riunione alla sede regionale del partito.

Per riavviare un dialogo con il partito, il governatore dovrà, se lo vorrà, mettere in campo un paio di mosse significative. La prima è l’adesione al gruppo del Pd, più volte annunciata e ancora non arrivata. Lo statuto del partito e il deliberato della commissione nazionale di garanzia lo impongono e questo passaggio sarà propedeutico per riallacciare i rapporti. Il secondo step, sul quale il partito siciliano non sembra voler transigere, è il ritiro della delegazione democrat dalla giunta. E non è passata inosservata ieri sera l’assenza nella riunione di governo di Luca Bianchi e Nino Bartolotta, entrambi ormai con un piede e mezzo fuori dalla squadra di governo.

Finché questi due passaggi non matureranno, è difficile pensare a una pax tra Crocetta e il Pd. E la “disponibilità dei singoli deputati” sarà indispensabile per portare avanti i ddl del governo in Aula. Sempre ammesso che da qui a breve l’Aula abbia effettivamente un ddl da discutere. Al momento non ce né neanche uno pronto. Come se la Sicilia avesse tutto questo tempo da perdere.