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Festival della legalità

"Messina Denaro non è il capo di Cosa nostra"


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L'aggiunto Teresa Principato al Festival della Legalità: "Il latitante di Castelvetrano non è il boss dei boss: i palermitani non glielo consentirebbero. I segreti di Riina? Non li ha lui". De Lucia: "Nelle grandi latitanze pezzi di istituzioni sono stati infedeli". (nella foto, Maurizio De Lucia e Teresa Principato, con il moderatore Claudio Reale al centro).

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PALERMO – Si è aperta con un viaggio attraverso le vittime dell’orrore mafioso del 1993 la seconda giornata del Festival della Legalità, l’evento organizzato dalla Zerotre e dall’Associazione Villa Filippina dedicato ai temi della criminalità organizzata, della lotta alla mafia e della legalità. Anno, quel 1993, che vide l'omicidio del parroco di Brancaccio don Pino Puglisi, le “stragi nel Continente” e l'inizio della latitanza di Matteo Messina Denaro. A partecipare al dibattito, moderato dal coordinatore del mensile “S” Claudio Reale, il sostituto procuratore presso la Dna Maurizio De Lucia e il procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo Maria Teresa Principato.

E proprio nel segno di Matteo Messina Denaro, ad oggi tra i latitanti più ricercati al mondo, si è aperto il dibattito. A prendere per primo la parola il procuratore Maria Teresa Principato. "È una grande novità che la gente faccia il tifo per noi. Messina Denaro ha sempre riscosso molto successo nella borghesia. Oggi qualcosa è cambiato. E questo è un dato importante perché solo quando il consenso viene a scemare, noi potremo essere in grado di prendere Messina Denaro, di seguire le sue tracce". "Messina Denaro è un uomo particolare - ha continuato - e proprio per questo ancora oggi difficile da catturare. Sa vivere da uomo moderno, ma non farebbe mai uso di sistemi suscettibili di intercettazioni. Un uomo come lui non deve restare latitante". Una risposta secca e certa quella del procuratore Principato riguardo alla possibilità che Matteo Messina Denaro possa essere considerato il capo della commissione regionale di Cosa Nostra. "Assolutamente no. Cosa nostra palermitana non accetterebbe mai di essere comandata da un trapanese. Lui, però, è un rappresentante provinciale, una carica che gli conferisce indubbiamente un potere non indifferente". Per l'aggiunto Principato, inoltre, Messina Denaro non custodisce i segreti spariti dal covo di Riina: “Cosa Nostra – ha affermato - è vicina ai corleonesi, vicinanza che si è accentuata con il rapporto di Messina Denaro con Provenzano, ma da ciò a ritenere che Denaro sia custode dei segreti di Riina ce ne passa".

Riguardo alle possibili complicità che Cosa Nostra può aver riscontrato nel potere istituzionale, De Lucia ha osservato che "a questo stanno lavorando magistrati bravissimi. Che Messina Denaro possa avere delle complicità, io non lo so. Ci occupiamo di mafia da vent'anni, e oggi camminiamo sulle orme di giganti come Falcone e Borsellino. La mafia è più di un'organizzazione criminale. È radicata nel nostro territorio da 150 anni. È costituita da persone che sanno offrire benefici a molta gente per bene. Nelle grandi latitanze pezzi di istituzioni sono stati infedeli. Lavorare a tutto ciò significa individuare non solo i familiari ma anche chi è sensibile ai benefici di Cosa Nostra". Per De Lucia, inoltre, nei processi sui rapporti fra mafia e politica bisogna fare distinzione fra il profilo penale e quello politico: “Dopo un processo – ha affermato – ogni cittadino dovrà trarre una conclusione, a prescindere dall'esito del processo stesso. Certo è che se il processo si conclude con una prescrizione la colpa è anche nostra: significa che noi magistrati non siamo arrivati in tempo perché il processo si concludesse prima”. Su questo punto, però, Principato ha osservato come per un politico sia necessario “un numero di prove maggiore che per un normale cittadino. La legge, in Italia, non è uguale per tutti”.