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Il Manuale del Klientelismo


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Cos'è il clientelismo? Intanto cominciamo a cambiare forma. Si chiama "klientelismo". E che differenza c'è? Basta leggere per scoprire usi, costumi, personaggi (prima puntata).

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Non facciamo invasioni di campo e lasciamo ai sociologi e ai politologi la definizione del clientelismo, nelle sue diverse declinazioni. Il nostro campo di riferimento, tracciato un po’ alla buona, riguarda il politico, del quale viene vantato il suo radicamento nel territorio. Espressione immaginifica e “buonista” che altro non vuol dire se non che questo politico ha rapporti diretti con coloro che ricoprono ruoli di comando in un’area territoriale, con le istituzioni e direttamente con i suoi elettori. Soggetti ai quali bisogna chiedere o ai quali occorre viceversa prestare orecchio. Il carattere klientelare del rapporto sta nello scambio che questo presuppone in varie forme.

Nel primo ideale capitolo del manuale del klientelismo (la k sta ad indicare un rapporto asimmetrico di potere tra il politico e l’elettore, nel senso che il voto di scambio richiesto non soddisferà mai completamente il favore accordato, quasi un mutuo che è impossibile estinguere) proveremo a ricostruire le pratiche dell’ascolto instaurate tra il politico ed il cliente, inteso come soggetto disponibile ad uno scambio di diversa natura. Con riguardo ai tempi, ai luoghi ed ai modelli di interlocuzione.

I tempi
Il politico klientelista parla con i suoi elettori rigorosamente il lunedì, il venerdì pomeriggio, il sabato e la domenica mattina. Il ritmo è scandito dai suoi impegni parlamentari e dagli obblighi familiari; meglio, sono questi ultimi che si adeguano, per comune adesione, ai tempi della pratica clientelare. Generalmente, il cosidetto ricevimento ha orari puntuali all’inizio della giornata; dilatati alla fine. Come in un qualunque studio professionale. L’ascolto ha una durata temporale che si aggira sui quindici minuti scansionati in una richiesta generica al cliente sullo stato di salute della sua famiglia, cui segue l’esposizione del bisogno; in sequenza, l’invocazione di un appunto circostanziato sul bisogno stesso e un consolatorio rinvio ad altro incontro, da prefissare, necessario a raccogliere informazioni più dettagliate.

Il cliente è stato ammesso al colloquio sulla base di una “prenotazione”. Il suo nome figura in una lista d’attesa redatta da una figura chiave del klientelismo, il segretario particolare, un’amabile figura femminile nella maggior parte dei casi (salvo gelosie dirompenti di origine coniugale, o altro). Questa ricopre una carica importantissima. Intanto è la “guardiana” depositaria dell’intoccabile elenco, che ha la facoltà di manipolare, integrare e inserire fuori da prenotazioni e appuntamenti. Oltre ad essere partecipe del clima protettivo e rassicurativo che contraddistingue inizio, svolgimento e fine del colloquio. La formula di saluto segue due “mantra” distinti per il grado di intimità che presuppongono tra politico e cliente. Più personalizzato il “ci vediamo”. Un po’ più distaccato e di dubbia interpretazione il “ti telefono appena so qualcosa”. Ad omogeneizzare aspettative, dubbi, sensazioni di incompletezza dell’ascolto ecco il congedo rituale della brava segretaria con la formula magica che dà illusione e placa incertezze: “Stia tranquillo, glielo ricordo io”.

Il luogo ed i collaboratori
Il klientelismo ha una sua ambientazione d’obbligo nella cosiddetta segreteria. Che, attenzione, non coincide quasi mai, e spiegheremo poi il perché, con l’abitazione del politico. Si tratta in genere di un appartamento la cui metratura è simbolicamente espressione dell’influenza del politico? Non sempre. Grandi appartamenti semivuoti, bugigattoli affollati con gente che attende sulle scale. La segreteria tradizionale ha però almeno quattro ambienti: la stanza del politico, quella della segretaria, uno spazio per improbabili riunioni trasformato in sala d’aspetto e uno stanzino nel quale far sostare, facendoli transitare con opportuni accorgimenti, clienti in cerca di necessario anonimato.

Un’osservazione a margine: l’ inner circle del politico (il cerchio magico, insomma) ha diritto di sostare nella stanza della segretaria. Insistiamo: figura proteiforme e di enormi capacità: smista telefonate, gestisce la lista d’attesa, apre e chiude la porta di accesso, fulmineamente esaudisce necessità occasionali del politico, decide a chi offrire un caffè con apposite telefonate al bar. Informa, rincuora, rassicura, fa si che ogni cliente abbia la sensazione di un trattamento personalizzato. Tiene l’agenda, scheda, raccoglie curriculum e fotocopie, redige, come in un ufficio di collocamento, portafogli di competenze. Custodisce regali e omaggi: insomma, la segreteria ha la sua regina, la segretaria. Dietro ogni politico di successo, per utilizzare una frase abusata, c’è una segretaria in gamba, incontendibile, talvolta dolorosamente innamorata, non sempre adeguatamente ricompensata. Custode dei segreti, delle pratiche innominabili, di giudizi riservatissimi.

La segreteria è dimessa, in qualche caso addirittura squallida. Mobili di risulta, sedie spaiate e sfondate, improbabili quadretti alle pareti cui si “disaccoppiano” vecchi manifesti elettorali e soprammobili da mercatino della domenica. Spicca però l’archivio disposto tra le varie stanze: bei faldoni che contengono la quota - ora informatizzata - di klientelismo del politico. Pronti ad essere aperti e utilizzati alla bisogna. Fa eccezione in questa ostentazione di francescana sciatteria la stanza del politico: esageratamente colma di divani in pelle, trumeau, televisori grandi come un’intera parete, siepi di fiori freschi che la segretaria rinnova con amorevolezza ogni giorno. Il cliente deve comprendere di essere entrato nell’opulenza ma al tempo stesso deve sentirsi gratificato perché anche lui è complice e partecipe di questa opulenza. Per un tasso minimo di partecipazione, questa stanza è anche sua, si manterrà tale con il suo contributo, in ogni momento, pratiche burocratiche a parte, potrà entrarvi senza sentirsi indesiderato ospite.

Siamo in debito di una spiegazione. Perché la segreteria (con relative spese che in gran parte saranno addossate a “sponsor” o a contributi derivanti dal finanziamento della politica) e non la propria abitazione? Per rispondere ricorriamo ad una vulgata orale: il politico più potente di una città siciliana – siamo al tempo di Tangentopoli – ebbe una rovinosa caduta elettorale quando, contro usi e prassi, decise di realizzare una fantasmagorica festa a casa sua, talmente grande da poter contenere tutti i clienti che avessero voluto accedervi. Ora la visione d’ori e argenti, di quadri d’autore, di mobili preziosi, insomma del lusso sconvolse i clienti per un’opulenza goduta e non partecipata né divisa. Una leggenda metropolitana? Può darsi. Ma i clienti, questo impone il bon ton, si ricevono rigorosamente in segreteria (continua).