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PALERMO - IL CASO

L'atto d'accusa di Biagio Conte:
"La politica è sorda, la città indifferente"


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Biagio Conte

Ha alzato bandiera bianca annunciando la volontà di lasciare Palermo e la Missione di Speranza e Carità. Ecco cosa ci ha raccontato Fratel Biagio, l'uomo che da 25 anni aiuta gli ultimi con la sola forza della fede. (di ROBERTO PUGLISI)

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PALERMO - Biagio Conte è stato per decenni un faro puntato sulla città invisibile che soffre la fame, il freddo, la solitudine. Con i suoi occhi azzurri ha scandagliato profondità che nessuno di noi voleva scorgere. Ora che la solidarietà sta franando, perché nel mare in tempesta ci siamo un po' tutti, perderlo vorrebbe dire molto di più che smarrire una centrale concreta di sostegno all'emergenza. Vorrebbe dire rinunciare a un puntino luminoso, una segnaletica di orientamento. Se perdiamo Fratel Biagio anche noi saremo perduti.

Eppure, il rischio c'è. Altre volte il missionario laico di Palermo, che dà fiato e munizioni a tre trincee sparpagliate nel cuore della città vecchia, ha minacciato azioni clamorose al cospetto della sordità altrui, tornando successivamente sui suoi passi. Stavolta c'è un'alta probabilità che la promessa di abbandono si trasformi in evento luttuoso. Perché la sordità va oltre l'altezza di ogni voce umana, perché Biagio è provato. Non ce la fa più. Non lo testimonia soltanto la lettera che ha inviato col dolore di chi si tolga una lisca depositata in gola. Lo affermano i suoi occhi, che un tempo erano azzurri e vivaci, e oggi sono soprattutto stanchi.

La lettera spedita ieri è perentoria: “"Fratel Biagio decide a malincuore di restituire le tre preziose strutture, tutte ubicate nella zona della Stazione Centrale di Palermo, l'ex disinfettatoio, l’ex istituto Santa Caterina e l’ex caserma aeronautica dove attualmente sono alloggiati gli accolti. Autorità, riprendete le strutture, e vi prego anche tutti gli accolti; purtroppo non riesco più a garantire loro la luce, il gas l’acqua, i viveri, le medicine e i tantissimi bisogni, per poter portare avanti le comunità (come una mamma che non ha da dare da mangiare al proprio bimbo ed è costretta ad abbandonarlo). Spero che tutti siete a conoscenza di quanto la Missione ha donato e contribuito per aiutare questa martoriata città di Palermo, ma mi rendo conto adesso che non si può fare niente di buono in questa terra di Sicilia, Italia, Europa. Fratel Biagio ha deciso di tornare nuovamente sulle montagne e nella madre terra, sicuramente più generosa".

Ma il sintomo di una resa si rintraccia in quelle pupille che ardevano di furore mistico e narrano desolazione. Le abbiamo ritrovate ammalate di qualcosa nell'atrio della Missione di via Archirafi, a due passi dalla stazione centrale, il primo luogo d'accoglienza edificato da un uomo che lasciò casa, famiglia e affetti per seguire un ideale di vita francescano.

C'è la fila dei giornalisti. L'allarme è scattato con un suono squillante. Se anche Biagio Conte si arrende, che ne sarà di Palermo? Lui, un taccuino dopo l'altro, un microfono dopo l'altro, ripete gli stessi concetti condensati nella lettera: “Ci siamo rivolti anche ai politici, certo. Li abbiamo contattati – è la risposta a una domanda sul sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, sul presidente della Regione, Rosario Crocetta, e sugli interventi che potrebbero scongiurare l'irreparabile -. Ma non abbiamo ricevuto niente, a parte vaghissime frasi. Vedremo... Faremo... I poveri non possono aspettare. Le missioni sono al collasso. Le bollette incalzano. Cibo e medicinali mancano. Diamo ospitalità a più di mille persone tra via Archirafi, la cittadella della speranza di via Decollati e l'alloggio femminile di via Garibaldi. Il mio cuore è straziato, perché non vorrei lasciare. Anzi, vorrei continuare il mio percorso. Il Signore mi ha dato la forza di rimettermi in piedi, dopo qualche acciacco. Sono in grado di andare avanti. Purtroppo, incontro solo porte chiuse. Siamo senza mezzi di sussistenza. La politica è sorda. E anche le persone comuni si sono trincerate dietro l'indifferenza. C'è la crisi, dicono. La verità è che c'è sempre un alibi. Quando si stava bene, non abbiamo saputo risolvere i problemi dei nostri fratelli che soffrono. Ora che stiamo male, non si può più. Intanto, ci sono disperati che bussano ai nostri cancelli e non possiamo fare niente. Ci sono famiglie che dormono in macchina, con i bambini, perché non hanno di che pagare la casa. E la città volta la faccia dall'altra parte. Ecco perché ho deciso di andarmene, è un segnale contro il cuore duro”.

Biagio salirà in montagna, come accade spesso quando si ritira in meditazione: “Cercherò l'aiuto di Santa Rosalia e di Dio. Attenderò un segno, una risposta. C'è troppa competizione, troppo odio. La montagna è più buona, la terra è più madre di quanto sappiamo essere noi per il prossimo”. E mentre le parole si diffondono fra taccuini e microfoni, si disperde, a poco a poco, un patrimonio di dolcezza e sollievo. Biagio Conte, a lungo, è stato lo schermo protettivo di istituzioni lontane e di una comunità indifferente. Il suo schiaffo in faccia a Palermo non ha nomi e cognomi espliciti. Mette in mezzo chiunque. Non è, quella percossa francescana, lo strumento di una sterile polemica politica che si sta cercando di alimentare, perché ogni frammento e ogni tragedia immancabilmente diventano un argomento formidabile per il cinismo in cerca di consensi.
E' una chiamata alle armi generale con un monito che si riassume così: state sbagliando, se pensate di salvarvi col sacrificio degli ultimi. Il loro peso affonderà la barca. Il missionario di Palermo descrive lucidamente lo stato di una navigazione incerta, nel mare in tempesta. C'è chi crede che sia più utile lanciare i deboli in mare per procedere spediti? Il seguace del Poverello d'Assisi va via, per dire di no. La lettera è chiara: “Avete lasciato soli i poveri, i più deboli. In particolare mi sento lasciato solo dai titolari delle tre strutture; Regione, Comune, Demanio".

“Attendiamo una risposta”, è il congedo di Fratel Biagio, mentre nell'atrio gatti e barboni si affollano. Ed è una fantasia che rivela un sentimento cupo pensare che lo possano trattenere ancora. E' un desiderio. E' una fiammella nel buio.

Molte volte abbiamo raccontato le meraviglie, gli inciampi, il coraggio della vita e delle opere di Biagio Conte. Abbiamo sempre osservato i suoi occhi e sempre ne abbiamo scritto e li abbiamo letti come una radiografia, per capire il livello di speranza nella metastasi. Mai erano stati così spenti. Mai avevano annunciato, come in questa sera d'estate, il preludio di un addio.