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La memoria

Un uomo e una donna


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23 maggio 1992, amore, capaci, francesca morvillo, giovanni falcone, strage, Cronaca

Una foto. Un semplice scatto. Che racconta la storia di un grandissimo amore. E la descrive più di centomila discorsi, sciogliendo il marmo della retorica.

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Lui è abbandonato. Ha gli occhi chiusi di chi finalmente riposa dopo un lungo viaggio. Tutto racconta quiete nella sua faccia appoggiata a quella di lei. Così appare un uomo che ama. Lei sembrerebbe egualmente abbandonata, ma regge la testa di lui con la forza infinita e segreta che solo le donne innamorate posseggono.

Questa foto racconta l'amore semplice di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. L'ha pubblicata su facebook Giovanni Paparcuri che del giudice morto a Capaci fu leale collaboratore. E poi ha scritto sul suo profilo: “Quando andiamo al cimitero a trovare i nostri cari che ci hanno lasciati, stiamo in silenzio, li ricordiamo in silenzio e li amiamo in silenzio, non facciamo una gara a chi fa il discorso più bello, né leggiamo inutili fogli pieni di retorica e ipocrisia. Stiamo in silenzio”.

In silenzio dovremmo guardarla questa foto. Come una colata calda di sensi e sentimenti che scioglie il marmo delle statue; per redimerci dalla nostra stessa indolenza, perché noi pensiamo – ogni 23 maggio e ogni 19 luglio – che gli eroi nascano per morire ammazzati. Invece vogliono vivere, amare, non essere eroi. Giovanni Falcone e Francesca Morvillo lo volevano. Nessuna vittoria vera o presunta del bene sul male potrà mai alleviare il dolore di non averli più qui, di non esserci più stati l'uno per l'altro, se non in un sogno, nella speranza che l'amore coltiva, quando si dispera per causa di un addio.

Avrebbero mangiato gateau quella sera, se fossero tornati vivi dall'autostrada. Avrebbero chiacchierato, scherzato, litigato e sicuramente si sarebbero abbracciati. La strage di Capaci è soprattutto questo nella sua forma definitiva, incardinata nel tempo: una mutilazione lancinante che ha separato un uomo e una donna in viaggio, sull'orlo di una pazzesca felicità. E altri uomini da altre donne.

Lui raccontava barzellette, non con l'arte di Paolo Borsellino, ma se la cavava. Lei era una donna decisa, capace di tenere testa a un cuor di leone sbattuto dentro giornate difficili, per poi accoglierlo. Lui era severo, però faceva sorridere i bambini che riconoscono benissimo dagli occhi altri bambini camuffati da grandi. Lei, nella foto, risplende.

Ora tutti li chiamano “Giovanni e Francesca”, con un'eco che diventa finzione d'intimità, vero sacrilegio: il teppismo – magari in buonafede – di chi elenca gli eroi per nome negli anniversari, convinto che siano lì per essere sempre eroici, per offrire involontaria ostensione di martirio. E forse dovremmo lasciarli in pace, lasciare che Giovanni Falcone e Francesca Morvillo siano gli unici a pronunciare l'uno il nome dell'altro, se ancora possono, per ritrovarsi nella vastità che li ha divisi.
Così, intanto, li rivediamo insieme - un uomo e una donna - che si reggono con la testa e con il cuore, per non separarsi più.