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Il caso

Sui punti nascita la guerra è politica
"Salvate" le strutture care a Ncd


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, Politica

Il ministro Lorenzin chiude quattro strutture per i parti, ma rimangono aperte quelle di Bronte, storico feudo del sottosegretario Castiglione, e Licata (nella foto). I numeri del ministero: ecco perché salta Petralia. 

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PALERMO - Tutto gira attorno alla nascita. Al luogo di nascita, in questo caso. A Bronte, storico feudo di Pino Firrarello e Giuseppe Castiglione, e a Licata, nella provincia dell'agrigentino leader Angelino Alfano, i “punti nascita” sono stati miracolosamente salvati. Sono rimasti aperti, almeno per il momento in attesa di rispondere a una serie di prescrizioni fissate dal Ministero. Mentre la mannaia del ministro di Ncd Beatrice Lorenzi calava su quelli di Petralia Sottana, Santo Stefano di Quisquina, Mussomeli e Lipari.

“I diritti fondamentali dei cittadini non possono dipendere dalle logiche partitiche” ha tuonato poche ore dopo l'ufficialità della notizia, il sindaco di Pollina Magda Culotta. Il primo cittadino del Comune madonita è anche un deputato nazionale del Partito democratico. E così ecco che la polemica “tecnica” appare subito politica: “Non possiamo permettere a nessuno – ha aggiunto - di considerare la salute come un privilegio da distribuire col manuale Cencelli. La chiusura del punto nascite di Petralia Sottana, se confermata, oltre a essere uno sfregio al territorio madonita, ci consegna una riflessione politica sugli equilibri di potere in Sicilia e sull'influenza degli stessi sul Ministero della Salute”. E il sindaco di Pollina fa esplicito riferimento all'Ncd di Alfano: “Purtroppo la sensazione è proprio quella – dice – e rimarrà tale almeno finché il ministro non ci spiegherà in base a quali criteri siano rimasti aperti i punti nascita di Licata e soprattutto di Bronte. Visto che quest'ultimo aveva parametri non certo più convincenti di quelli di Petralia ma anche di Lipari”.

La storia dei punti nascita da chiudere inizia negli ultimi giorni dell'inverno scorso. Sono passati pochi giorni dal caso-Nicole, e il ministero chiede alla Regione di stringere la cinghia chiudendo le strutture dove si effettuano meno di 500 interventi. L'assessore alla Salute di allora, Lucia Borsellino, si adegua: dell'elenco fanno parte Cefalù (417 parti nel 2014). Licata (415), Mussomeli (203), Bronte (264), Paternò (274), Nicosia (243), Lipari (13), Sant'Agata Militello (407), Corleone (192), Partinico (475), Petralia Sottana (129), Pantelleria (47), la clinica Attardi di Santo Stefano di Quisquina (136), le cliniche Gretter (392) e Argento (54), entrambe di Catania, e l'ospedale Papardo di Messina (156). Dopo un lungo tira e molla, che porta al “salvataggio” iniziale per i centri di Cefalù, Nicosia, Corleone e Pantelleria, il nuovo assessore Gucciardi annuncia: “Abbiamo per il momento mantenuto aperti anche i punti nascita di Petralia, Licata, Mussomeli, Bronte, Lipari e Santo Stefano di Quisquina, in attesa di avere un parere dal ministro, e comunque non oltre il 31 dicembre prossimo”. E proprio allo scadere di quel termine, ecco le decisioni del ministro, fondate sul parere fornito da un comitato di quindici esperti.

Ma la potenziale influenza della politica sul Ministero è stata avvertita da diversi addetti ai lavori. Sarebbero state tante e frequenti le “visite romane” di alcuni big Ncd, in difesa del territorio di appartenenza. E di conseguenza, dell'elettorato. Insomma, l'invasione della politica nelle scelte che riguardano la salute. Una sensazione fortissima e assai diffusa, anche tra altri esponenti del Partito democratico

Che hanno alzato le barricate soprattutto di fronte alla chiusura del centro di Petralia. Sulle Madonie, del resto, il Pd vanta diverse amministrazioni guidate da propri primi cittadini. E così, questi interventi rischiano di provocare contraccolpi anche dal punto di vista del consenso. Anche da qui, quindi, la protesta contro il ministro di un governo guidato proprio dal leader nazionale Pd Matteo Renzi.

E renziano è anche il segretario provinciale di Palermo Carmelo Miceli. Che non risparmia però critiche alla Lorenzin: “Considerato che altri punti nascita che insistono in territori siciliani meno impervi delle Madonie, diversamente da quanto accaduto per Petralia, - ha ricordato Miceli - hanno avuto la deroga, viene da pensare che la scelta operata dal Ministro della Salute possa essere stata non soltanto il frutto di un errore di valutazione quanto, piuttosto, la conseguenza di una iniqua differenza di trattamento figlia di possibili logiche campanilistiche e di appartenenza”. Il segretario del Pd di Palermo non fa esplicito riferimento all'Ncd di Alfano, ma ammette: “Evidentemente qualcuno ha avuto maggiori capacità politiche a tutelare il proprio territorio. È stato più bravo a farsi ascoltare”.

Per il momento, invece, il Ministro Lorenzin avrebbe eventualmente ascoltato altri. I suoi colleghi dell'Ncd ad esempio. Come candidamente ammesso dal “referente” politico nell'Agrigentino del leader Alfano, cioè l'ex presidente della Provincia Enzo Fontana che, nel brindare per il salvataggio della struttura di Licata, parla di “battaglia vinta, grazie anche all’impegno e al lavoro del Ministro Alfano e del Ministro Lorenzin, con i quali sono stato costantemente in contatto ed informato sull’evoluzione dell’iter”. Anche il ministro dell'Interno avrebbe quindi “lavorato” per il salvataggio di uno dei punti nascita. Un pressing che ha sortito l'effetto sperato. A Licata, come a Bronte, città di Firrarello e del sottosegretario Castiglione. Per gli altri, niente da fare. È una questione di “nascita”.