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Il caso

Fiumefreddo “avvisa” i deputati
Si muovono i pm


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Il presidente della società aveva avvertito: "Ho subito pressioni, andrò in Procura". I pubblici ministeri hanno convocato l'amministratore. Intanto, dopo l'affossamento della ricapitalizzazione, la giunta ha approvato un ddl identico alla norma bocciata. Adesso dovrà essere approvato dall'Ars. Dove l'avvocato catanese non è amato.


PALERMO - Il governo ci riprova. Poche ore dopo l'affossamento in Aula della norma per la ricapitalizzazione di Riscossione Sicilia, Crocetta e i suoi assessori si sono riuniti di gran corsa in giunta per esitare un disegno di legge che prevede esattamente lo stesso provvedimento bocciato dai deputati. Mentre la Procura ha convocato il presidente Antonio Fiumefreddo. I procuratori aggiunti Bernardo Petralia e Salvatore De Luca che coordinano le indagini sulla pubblica amministrazione e la criminalità economica, hanno infatti deciso di aprire un fascicolo dopo le dichiarazioni del legale catanese che il 30 dicembre scorso ha chiesto un incontro al procuratore Francesco Lo Voi. In una lettera di poche righe annunciava "elementi di rilevanza penale" sul voto dell'Ars e le dichiarazioni dei deputati. Poi, prima ancora di fare visita ai pm, sono esplose le polemiche, tra indiscrezioni e comunicati stampa. Da qui la decisione dei magistrati di convocarlo, probabilmente nel solco tracciato ormai da mesi in Procura, dove è stato messo un freno alle visite, dossier alla mano, di politici e burocrati.

È questa l'ultima puntata di una telenovela che ha assunto ormai un interesse nazionale. Persino il Corriere della Sera ha iniziato a chiedersi: “E' possibile che un esattore chiuda in perdita?”. E la domanda è legittima. Anche e soprattutto stando alle sparate del governatore, durante una conferenza stampa di circa un anno fa, quando affermò che il nuovo corso di Riscossione e la lotta lanciata agli “evasori” (poi si precisò che non di evasori si deve parlare nella maggior parte dei casi, ma di persone con un debito verso l'Erario) avrebbe addirittura contribuito a innalzare il Pil della Sicilia. E invece, a Sala d'Ercole è giunta la solita richiesta di “rabbocco”. Il solito contributo prelevato dalle tasche dei siciliani. Perché Riscossione, nel frattempo, ha intaccato il proprio capitale sociale. E sarebbe costretta a chiudere. Un quadro di “grave crisi finanziaria” come viene annotato in una relazione tecnica allegata alla delibera di giunta. E i numeri raccontano una realtà assai preoccupante. Al 31 dicembre del 2014, infatti, il capitale sociale di Riscossione Sicilia (la Regione è socio per la quasi totalità delle quote, solo una parte residuale è in mano a Equitalia) era di 10,4 milioni di euro. Un capitale sul quale si è abbattuto già l'anno scorso il peso delle perdite residue: 1,174 milioni. Ma il crac è tutto del 2015 quando Riscossione Sicilia, guidata da Fiumefreddo fa registrare una perdita, solo in nove mesi, di 11,6 milioni di euro. Così, il capitale sociale è stato non solo azzerato. Ma la società è in perdita per quasi 2,4 milioni di euro. Più o meno, appunto, la cifra che il governo regionale ha provato a recuperare senza successo all'Ars. Ma ci riproverà.

Una perdita che, si legge sempre nella delibera, è dovuta alle “criticità connesse al rimborso degli introiti relativi alle spese esecutive e dei diritti di notifica maturati nel periodo 2011-2014 nonché il mancato introito dei crediti vantati nei confronti degli enti impositori”. Insomma, Riscossione è creditrice nei confronti della Regione, dello Stato e di altri enti. Ma evidentemente, nella “macchina” della società qualcosa non funziona. Anche sul piano della riscossione, appunto. La società incassa appena mezzo miliardo rispetto ai 5,7 miliardi che dovrebbe introitare.

Eppure, il problema è apparso subito un altro. E la querelle si è spostata su un piano politico. L'affossamento della norma per la ricapitalizzazione ha scatenato l'ira del presidente Fiumefreddo che ha parlato di “mascalzoni travestiti da rappresentanti delle istituzioni”, nonché di pirati “molti dei quali forse direttamente interessati alla norma, visto che abbiamo pignorato lo stipendio a diversi deputati”. La cifra inizialmente diffusa è stata quella di 61 onorevoli morosi e con un atto di pignoramento a carico. Quindi, ecco una lista con nomi, cognomi e importi, pubblicata sul quotidiano La Sicilia. Da lì, una sfilza di smentite e precisazioni. Il quotidiano elenca 23 parlamentari morosi riportando per ognuno di loro il presunto debito. Pochi minuti dopo però il segretario generale dell'Ars, Fabrizio Scimè, in una nota specificava che “ad oggi sono stati notificati a questa Assemblea regionale siciliana, da parte di Riscossione Sicilia Spa, unicamente 5 atti di pignoramento presso terzi e citazione davanti al giudice delle esecuzioni mobiliari nei confronti di altrettanti deputati in carica per i quali è stata disposta la relativa trattenuta sulla indennità parlamentare”. Nell'elenco dei deputati pubblicato dal quotidiano catanese figurano anche i nomi del presidente dell'Ars, Giovanni Ardizzone (Udc), e del presidente della commissione Bilancio, Vincenzo Vinciullo (Ncd). Entrambi però smentiscono. "Non ho alcun pignoramento in corso, né Riscossione Sicilia ha titolo alcuno per avviare un'azione esecutiva nei miei confronti", replica Ardizzone, al quale viene attribuito un debito di 3.507,63 euro. "Mi sono visto costretto - sottolinea il presidente dell'Ars - a rinnovare l'incarico all'avvocato Salvatore Giannone del Foro di Messina, per tutelare i miei diritti di cittadino.”. Mentre Vinciullo, che avrebbe un debito inferiore a 2 mila euro, afferma: "Non solo non sono debitore di nemmeno un centesimo nei confronti di Riscossione Sicilia, addirittura l'ente, da oltre due anni, così come notificatomi dall'Inail di Siracusa, mi deve 34,33 euro”.

Ma le querele potrebbero partire comunque, nei confronti del presidente di Riscossione Sicilia, dopo le frasi seguite alla bocciatura all'Ars della ricapitalizzazione. Il consiglio di presidenza dell'Ars nei giorni scorsi ha convocato il legale Enrico Sanseverino per valutare le possibili azioni legali contro Fiumefreddo. Gli estremi potrebbero essere quelli legati al vilipendio nei confronti dell'Istituzione e anche l'influenza nella libertà dell'azione legislativa. Ma questo si vedrà.

Intanto il presidente di Riscossione non indietreggia, anzi rilancia. Nello stile, a dire il vero, che ha caratterizzato, tra spot, e contraddizioni, il governo di Rosario Crocetta: la corsa al pm di turno. “Depositerò la lista al procuratore di Palermo a cui ho chiesto di essere sentito” ha infatti annunciato Fiumefreddo. L'accusa, rivolta ad alcuni deputati, è quella di aver fatto pressioni per ricevere uno “sconto” sulle cartelle esattoriali. Ma qualcuno degli onorevoli già protesta: “E' una ritorsione, una intimidazione”. Mentre altri, come il deputato Milazzo di Forza Italia chiede a Fiumefreddo di dismettere “i panni di novello Sherlock Holmes” e di attenersi “ai compiti che la Regione attribuisce all’ente da lui presieduto. Si preoccupi – insiste Milazzo - invece, incontrando il Procuratore, di fare chiarezza sui dipendenti di Riscossione Sicilia che avrebbero coperto, a suo dire, i deputati sui mancati pagamenti, garantendogli ‘privilegi’. Chiederò altresì di svolgere questo tipo di verifica anche su coloro che hanno un ruolo di dirigenza non solo in Riscossione Sicilia, ma anche in tutti gli uffici di gabinetto della Regione siciliana”.

Così, come detto, per scongiurare la chiusura della società e il passaggio di quelle funzioni a Equitalia, la giunta ha approvato un nuovo ddl “salva-Riscossione” che dovrà essere approvato dall'Ars. Dove tanti deputati hanno più di un motivo per mettersi di traverso. A cominciare dai “cuffariani” che non hanno gradito il pignoramento della casa dell'ex governatore dovuto a un ritardo nel pagamento delle rate relative al risarcimento da mezzo milione alla Regione. Un pignoramento coinciso anche con la cancellazione del vitalizio a Cuffaro. Ma non solo. A non gradire Fiumefreddo sono in tanti. Anche nella maggioranza. Non a caso, in passato l'avvocato catanese è stato a un passo dalla giunta di Crocetta, ma ha subito tutte le volte l'”alt” anche di pezzi del Partito democratico. Una “antipatia” alimentata da tanti elementi. Dal passato vicino al centrodestra di Stancanelli e alle esperienze al fianco di Lombardo (da cui Fiumefreddo ricorda di aver preso successivamente le distanze), passando per la difesa in qualità di avvocato di alcuni esponenti del clan Ercolano, fino all'indiscrezione che ha visto Lucia Borsellino esprimere il proprio “no” all'ingresso al governo del legale. Che di fronte a una società che – al di là delle responsabilità – evidentemente non funziona, punta il dito contro i deputati “cattivi” e promette la solita visita in Procura. E il presidente è stato accontentato: pronta la convocazione di FIumefreddo. I pm vogliono vederci chiaro.