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Il caso Riscossione Sicilia

L'escalation del crocettismo
tra caciara e liste di proscrizione


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, Cronaca, Politica

La velenosa querelle su Riscossione Sicilia ripropone schemi già visti nell'era Crocetta. Incluso il ritornello del "vado in procura". Stavolta però sotto i riflettori non c'è il governatore ma il battagliero Fiumefreddo. E il merito della questione, ossia il futuro della partecipata, finisce in secondo piano.

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Con la querelle tra Riscossione Sicilia e Ars va in scena un nuovo atto della degenerazione della politica ai tempi del crocettismo. Quella che sfugge il confronto sul merito e predilige la scorciatoia dell'insinuazione, dell'attacco all'interlocutore e dell'immancabile “andrò in procura”. Quella procura dove ormai, dopo il fastidio neanche troppo celato delle toghe palermitane, Crocetta non si fa più vedere per le sue passerelle d'un tempo. In compenso ci sono i crocettiani. Come l'avvocato Antonio Fiumefreddo, assessore mancato assurto per volere del governatore a unto del crocettismo di Palazzo e assiso per volere del medesimo sulla poltrona più alta del fin qui carrozzone mangiasoldi Riscossione Sicilia. Carrozzone impallinato nei giorni scorsi dall'Ars, contro il governo, quando c'era da immettere altri soldi freschi per tenere ancora in piedi la baracca. Quell'impallinamento com'è noto non è andato giù allo stesso Fiumefreddo, che con una certa misura istituzionale ha parlato di “mascalzoni e pirati” che siederebbero a Sala d'Ercole, adducendo a spiegazione del voto un sentimento di vendetta di alcuni deputati tra quanti oggetto delle attenzioni, pignoramenti inclusi, di Riscossione Sicilia. Poche volte il dibattito politico era scaduto talmente in basso, in effetti. L'idea di usare le cartelle esattoriali come strumento di lotta politica è l'ultima puntata della caotica era crocettiana. Con tanto di pubblicazione sui giornali dello sputtanatissimo elenco dei veri o presunti pignorati. E smentite di qualche interessato e della stessa segreteria generale di Palazzo dei Normanni che parla di “solo” cinque pignorati. Insomma, tutto finisce in caciara. E non manca nemmeno il richiamo al frusto ritornello del “vado in procura”, prontamente riesumato per l'occasione, come rodata forma di minaccioso avvertimento politico, perché quale che sia lo spessore del dossier che si consegna al pm, con la capatina a Palazzo di Giustizia si mette comunque nelle peste il denunciato cui con buona probabilità toccherà almeno la grana di un'inchiestina. Ci risiamo, insomma, col consumato copione. Con i pm palermitani che ora hanno convocato il battagliero Fiumefreddo senza aspettare la sua più volte annunciata (a mezzo stampa) visita.

In mezzo a tanta gazzarra, poco o nulla si parla di sostanza, tanto per cambiare. Il merito della vicenda viene appena sfiorato, secondo un collaudato schema caro alla retorica "legalitaria" sempre abile ad arroccare il pallone in tribuna. Il motivo per cui l’Ars è stata chiamata a votare (e bocciare) a fine dicembre il famigerato finanziamento di 2,5 milioni, ricorda oggi il Giornale di Sicilia, è che Riscossione è alla canna del gas. La società dovrebbe incassare ogni anno circa 5 miliardi e 700 milioni ma non va oltre il mezzo miliardo. Non solo fatica a incassare, ma, riassume il quotidiano, almeno fino al 2015, ha speso anche 72 mila euro al mese per la sola sede di Catania e ha tenuto a libro paga 887 avvocati. Un disastro che affonda le radici in una serie di operazioni spericolate degli anni passati e che oggi mette a rischio i 700 dipendenti. Colpa della ritorsione dei deputati, attacca Fiumefreddo, che parla di una “lobby politica” che “ostacola i rigorosi processi di razionalizzazione avviati da Riscossione”. Non solo. Repubblica Palermo oggi scrive dell'intento di Fiumefreddo di segnalare in procura pressioni di qualche deputato che chiedeva un aiutino per evitare i pignoramenti. Di questi eventuali capitoli di piccola miseria si occuperanno a questo punto i pm. Del futuro, assai oscuro, di una partecipata che ha fatto acqua da tutte le parti, deve occuparsi la politica. E la ricetta al momento resta oscura. All'Economia, dopo il ripetuto niet di Crocetta al requiem per la società, si valutano altre soluzioni. Sarebbe interessante parlarne, ma lo schiamazzo tra liste di proscrizione e accuse di pirateria inghiotte tutto. Uno schema ricorrente nell'era del crocettismo. Anche se stavolta Crocetta resta alla finestra a guardare lo spettacolo.