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STRAGI DEL '92

Il pm e le indagini "parallele"
Il guazzabuglio dell'antimafia


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Un'immagine della strage di Capaci

Il sostituto della Procura nazionale Gianfranco Donadio si è mosso senza avvertire i colleghi che indagano sugli eccidi di Capaci e via D'Amelio. Per lui è scattato il procedimento disciplinare. Una vicenda che mostra i limiti interni del sistema giustizia.

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PALERMO - Un'indagine "parallela" che solo ora, a distanza di anni dal suo inizio, viene stoppata e denunciata. Il Corriere della Sera ci racconta la storia di Gianfranco Donadio, già sostituto procuratore nazionale antimafia. Se n'è andato in giro per le carceri italiane ad ascoltare indagati e pentiti con l'obiettivo di trovare il bandolo di una matassa, tutta sua, nelle indagini sulle stragi di mafia del '92. Eppure già cinque procure - Palermo, Caltanissetta, Firenze, Catania e Reggio Calabria - lavoravano e lavorano sugli stessi fatti.

Ora su Donadio, che nel frattempo è diventato consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro, è stato avviato un procedimento disciplinare, promosso dalla Procura generale della Cassazione e comunicato al Csm.

Sono stati i procuratori di Caltanissetta Sergio Lari (oggi procuratore generale) e di Catania Giovanni Salvi (oggi procuratore generale a Roma) a chiedere l'intervento del procuratore antimafia Franco Roberti perché l'indagine parallela di Donadio ha finito per pregiudicare l'esito delle inchieste già aperte in giro per l'Italia.

I numeri del lavoro di Donadio sono enormi: 600 richieste di informazioni alla polizia giudiziaria, 119 colloqui investigativi, fra cui 56 collaboratori di giustizia, decine e decine di verbali. Il tutto trasmesso, a cose fatte, agli inquirenti “ufficiali” che non era stati avvisati in precedenza e che si sono trovati per le mani materiale investigativo diverso da quello da loro raccolto. È lecito chiedersi quanto tutto ciò abbia pesato in negativo sul già difficile lavoro delle procure. E soprattutto perché Donadio non sia stato fermato subito.

Tutto iniziò, infatti, nel 2009 quando il collaboratore Gaspare Spatuzza smascherò il pataccaro Vincenzo Scarantino. Donadio, su delega dell'allora procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso (delega che gli sarebbe stata revocata da Roberti), avviò ricerche autonome che dovevano servire da impulso agli uffici competenti. Il lavoro di Donadio è andato avanti fino al 2013. Il Cms aveva pure aperto una procedura, ma per incompatibilità ambientale. Procedura archiviata visto che i colloqui investigativi, non avendo valore processuale, non provocarono inquinamento di fonti o invasioni di campo. Ora, però, le cose si sono complicate perché è forte l'interferenza con le indagini ufficiali. E così per Donadio è scattato il procedimento disciplinare che, però, ha i suoi tempi: si tratta di un vero e proprio processo che si svolge davanti al Consiglio superiore della magistratura.

Nel frattempo Donadio, la cui buona fede non viene messa in discussione, è stato assoldato dalla commissione sul caso caso Moro e pare abbia replicato il cliché investigativo fatto di colloqui carcerari. È andato ad ascoltare anche il capo della Camorra Raffaele Cutolo, aggiungendo misteri su misteri che finiscono per allontanare la verità sia sull'assassino del presidente democristiano, sia sulle strage di mafia in cui morirono Falcone e Borsellino.

Si rischia il guazzabuglio. In nome della lotta alla mafia, o meglio dell'antimafia, Donadio ha avuto carta bianca per coltivare la sua indagine "parallela” in un sistema che non ha mostrato di possedere gli anticorpi per frenarlo tempestivamente. Non è la prima volta che accade. Il finto pentito Scarantino creduto come se fosse un oracolo, gli ergastoli inflitti per errore a Caltanissetta al processo su via D'Amelio, l'inchiesta archiviata sui poliziotti presunti depistatori che, così ha stabilito nei giorni scorsi un giudice, depistatori non erano: la storia giudiziaria è piena di episodi che dimostrano come la stessa magistratura abbia contribuito, anche solo per la fretta di consegnare un colpevole all'opinione pubblica, a minare le fondamenta dell'antimafia, di cui oggi si raccolgono le macerie.