Live Sicilia

Diete e dimagrimento

Lavorare seduti?
Fa male alla salute


Articolo letto 25.748 volte
, Le firme, Salute

Gli effetti gravemente dannosi della sedentarietà non si possono compensare con la palestra, con maggiore esercizio fisico o con lo jogging.

VOTA
5/5
1 voto

Diete, asciutta silhouette, movimenti e qualità della vita sono i totem, gli idoli, le ossessioni del nostro tempo. Dietologi e nutrizionisti sono i guru del terzo millennio. Malattie gravi e morti presunte incombono sulla nostra vita.
Le ultime novità vengono dall’Università di Sydney e dalla rivista “Annals of Internal Medicine”. La sedentarietà, cioè lo stare seduti anche quando si lavora a tavolino (intellettuali, scrittori, impiegati, compositori tremate!) produce gravissimi danni alla salute, con effetti definiti “devastanti”: morte precoce, diabete, calcificazioni delle coronarie, malattie cardiovascolari, tumori, atrofia muscolare, nonché nocumento alla salute mentale, con sintomi di ansia e mal di testa.
Gli effetti gravemente dannosi della sedentarietà non si possono compensare con la palestra, con maggiore esercizio fisico o con lo jogging.
Oltre il moto salutare da tutti consigliato o prescritto, bisogna alzarsi di frequente in piedi durante il lavoro a tavolino. Non riusciamo a immaginare il movimento scomposto – quasi un formicaio o un moto browniano molecolare – che si avrebbe in un ministero o in qualsiasi grande ufficio pubblico o privato.
Se queste fosche previsioni verranno accertate qualche stilista o designer riproporrà – come arredamento new style – le vecchie postazioni degli antichi uffici postali: gli “scrivinpiedi”, fastidiosi, alla lunga dolorosi e odiati da ogni “travet” costretto ad usarli.
Ma v’è di più. Cultori di scienza dell’alimentazione e “cordon bleu á la page” dotati di stelle Michelin, propongono l’impiego a tavola di pane nero, focaccia, bruschette al carbone vegetale, con aggiunta di additivi chimici ed E153, sostanza in alcuni Paesi classificata come cancerogena. I panificatori sono stati denunziati.
Piccolo mondo antico. Una volta il pane – fin dai tempi degli egiziani, greci e romani – era composto da farina, acqua, sale e lievito, con l’uso di impastare con i piedi come ci ricorda Erodoto e con cottura a pietra calda. La farina era di orzo e spelta per i poveri e di grano per i ricchi. Nei tempi di miseria o guerra il pane per la povera gente ora manipolato con crusca, segala o financo segatura di legno.
Nel Rinascimento la qualità del pane divenne eccelsa e Maria de’ Medici ne portò pratica e segreti a Parigi. Successivamente il primato del pane di lusso si realizzò a Vienna.
I panettieri divennero corporazione e si cercò sempre, nei secoli e nei vari regimi, di calmierare i prezzi ed evitare l’adulterazione. In Egitto il panettiere colpevole veniva inchiodato per un orecchio alla porta della bottega. In Turchia i rei venivano impiccati.
Come non ricordare il capitolo del sommo Alessandro Manzoni nel capolavoro “I promessi sposi”. Quando rincarava il pane sorgevano i tumulti al grido di “Viva il pane! Via l’abbondanza, Moiano gli affamatori!”.
Anche se – commenta Manzoni con la sua sottile e veridica ironia – “la distruzione dei frulloni e delle madie, la devastazione de’ forni e lo scompiglio de’ fornai non sono i mezzi più spicci per far vivere il pane”.
Per i dietologi salutisti il pane nero al carbone è più digeribile, evitando i gas intestinali, con conseguenti gonfiori addominali, flatulenze, meteorismi.
Per i presunti grandi cuochi il nero del pane, associato al porpora e viola di verdure e marmellate, serve per arredare la mensa – quasi una composizione cromatica pseudo-pittorica – con improbabili colori, creando scenografie culinarie post moderne. Il tutto definito, con terminologia alla moda “purple food”.
Quante verità nell’affermazione di Conrad che la semplicità è la forma della vera grandezza. Come auspicio per i lettori – nell’anno appena iniziato – auguriamo di potere sempre gustare il buon pane bianco, con sapore e fragranza inarrivabili.