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Il piccolo Di Matteo e Brusca

Quel premio al carnefice
nei giorni dell'orrore


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Giovanni Brusca (in una foto d'archivio), il sanguinario boss vicino a Totò Riina, mandante dell'omicidio del piccolo Di Matteo, collaboratore di giustizia, l'uomo che azionò il telecomando che uccise Giovanni Falcone e le altre vittime della strage di Capaci, ha beneficiato nei giorni scorsi di un permesso premio per trascorrere il capodanno con la famiglia.

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Venti anni fa, l'11 gennaio 1996, Giuseppe Di Matteo veniva strangolato dopo 779 giorni di prigionia e il suo corpo veniva sciolto nell'acido. Avrebbe compiuto quindici anni otto giorni dopo. Quando gli uomini di Cosa nostra l'avevano sequestrato per far tacere il padre, il collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, doveva ancora compiere tredici anni. Era un bambino che amava i cavalli. E la sua immagine più conosciuta lo ritrae proprio in sella mentre salta un ostacolo.

Nell'anniversario di uno dei più odiosi e atroci delitti di mafia (anniversario oggi commemorato a San Giuseppe Jato), torna a far parlare di sé chi quel rapimento e quell'omicidio ordinò. Il mafioso che ai suoi scherani comandò : “allibertativi du cagnuleddu” (liberatevi del cagnolino). Ossia Giovanni Brusca, il sanguinario boss vicino a Totò Riina poi collaboratore di giustizia, autore o mandante di oltre centocinquanta omicidi (la contabilità si deve a lui stesso, citato in un libro di Saverio Lodato), colui che azionò il telecomando che uccise Giovanni Falcone e le altre vittime della strage di Capaci, beneficiario nei giorni scorsi di un permesso premio per trascorrere il capodanno con la famiglia.

Non è questo il primo permesso premio per Brusca. Dal 2004 il collaboratore di giustizia ne ha usufruito a iosa, con una media di cinque giorni al mese trascorsi fuori dal carcere, fino alla disavventura giudiziaria per l'accusa di riciclaggio che si chiuse però con l'assoluzione. Era persino circolata la notizia poi smentita che Brusca potesse beneficiare dei domiciliari. E invece “lo scannacristiani” (questo uno dei suoi nomignoli risalenti agli anni in Cosa nostra) è tornato in cella in tempo per partecipare in videoconferenza a un'udienza del processo, scricchiolante dopo l'assoluzione di Calogero Mannino, sulla trattativa Stato-mafia, nel quale Brusca ha già deposto.

È tornato in cella Brusca, detenuto dal 1996. Ma ne potrà uscire tra non troppo tempo, spiegano le cronache dei quotidiani di questi giorni, visto che potrebbe ottenere la liberazione definitiva al più entro il 2020. Le reazioni indignate, più che comprensibili, non sono mancate per i festeggiamenti di San Silvestro come non erano mancate in passato per il suo entra ed esci dalla prigione. È la legge. Quella legge che negli anni ha consentito ai pentiti di mafia di godere di corposi sconti di pena, agevolazioni, protezione. Senza, verosimilmente, non si sarebbero potuti infliggere a Cosa nostra i colpi durissimi che gli inquirenti hanno messo a segno in questi anni. Le rivelazioni di criminali conclamati ben ricompensate dallo Stato sono state uno strumento fondamentale per infrangere il muro d'omertà che per decenni aveva assicurato una sfera d'impunità alla mafia. Ma come sempre accade quando si emanano leggi speciali che aprono brecce nei principi giuridici e nel comune sentire, quelle norme hanno rappresentato allo stesso tempo uno dei prezzi da pagare per la comunità. Un prezzo alto e doloroso. Come il dover mandare giù l'indigeribile spettacolo dell'entra ed esci di prigione di Giovanni Brusca nei giorni del ventesimo anniversario della morte di Giuseppe Di Matteo.