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L'articolo di gennaio 2015

"L'avvocato al servizio del boss"
Un anno fa lo scoop di "S"


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, Cronaca

Nel numero di gennaio 2015 il mensile dedicò la copertina a un avvocato "con lo studio a pochi passi da via Libertà" che sarebbe stato a disposizione dei clan. Ecco quell'articolo.

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Dalle periferie muovono verso il centro, oppure nel salotto della città ci vivono già. Hanno valanghe di soldi, e pure in contanti, e si affidano all'esperienza di consulenti. Professionisti dalla specchiata carriera che dispensano consigli su come investire denaro, aprire società e, soprattutto, evitare la mannaia dei sequestri. Perché gli investitori sono parenti di uomini di mafia finiti in carcere. Figli, zii e cugini di boss che fanno parte dei clan di Resuttana, San Lorenzo e Porta Nuova. E non parliamo di pesci piccoli, ma di pezzi grossi che hanno fatto la storia, passata e recente, di Cosa nostra a Palermo. Hanno un gran fiuto per gli affari e guardano al sodo. Recuperare le somme da investire non rappresenta un problema. L'unico chiodo fisso è sapere “quanto ci guadagniamo”. Vogliono aprire o rilevare attività tra le vie chic della città. Bar e tabaccherie sono gli investimenti preferiti dagli uomini dei clan.
Ecco il quadro dell'economia sommersa di Palermo. Un'economia ammorbata dalla mafia e ricostruita da indagini che si muovono sottotraccia e puntano a identificare i colletti bianchi. Perché se è vero che ci sono montagne di soldi in circolazione, altrettanto vero è che, nella migliore ipotesi, ci sono alcuni professionisti che il più delle volte chiudono un occhio di fronte a laute parcelle, e che, nella peggiore, sono conniventi o addirittura complici. Non è un caso allora che di fronte alla mole di sequestri antimafia che smascherano eserciti di prestanome resti inapplicato l'obbligo dei professionisti iscritti agli ordini di segnalare operazioni commerciali e finanziarie sospette.
Fino ad oggi le inchieste ci avevano consegnato le figure di anziani e giovani sprovveduti pronti ad intestarsi un bene, sia esso una società o un appartamento, in cambio di poche centinaia di euro. Ora i prestanome indossano abiti di alta sartoria. Vito Galatolo, l'ultimo dei pentiti di mafia, ad esempio, ha messo a verbale la storia di un avvocato che si sarebbe intestato un paio di appartamenti per poi rivenderli per conto del boss del rione Acquasanta. Nessuno avrebbe mai potuto sospettare dello stimato professionista con lo studio a pochi passi dalla centralissima via Libertà, il cuore del salotto buono di Palermo.
E poi c'è il sottobosco delle connivenze popolato da commercialisti che si presterebbero al diffuso stratagemma delle false fatturazioni per giustificare le provviste necessarie per comprare e trasferire società. I familiari dei mafiosi sanno a chi devono rivolgersi. “I mafiosi non cambiano, almeno molti fra loro - ci racconta qualcuno che conosce bene lo stato delle cose - perché i parenti fuori dal carcere continuano a condurre una vita agiata. Segno che i soldi non sono finiti e che i prestanome continuano a rimanere ai loro posti. Ma chi garantisce tutto questo?”. Bella domanda. Senza volere dare affrettate risposte, un dato va sottolineato. La legge anti riciclaggio obbliga i professionisti - banche, intermediari finanziari, notai, avvocati e commercialisti - a segnalare le operazioni sospette. In Italia esiste l'Uif, l'unità di informazioni finanziarie a cui dovrebbero pervenire le segnalazioni dei professionisti. Usiamo il condizionale perché nell'ultimo triennio i numeri delle segnalazioni sono ridicoli. Anzi, prossimi allo zero. Nessuno segnala. Eppure per farlo basterebbe, norma alla mano, avere “ragionevoli motivi per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio”.
Segnalazioni prossime allo zero nonostante i continui sequestri, da quelli d'urgenza disposti dalla Procura a quelli decisi dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale, dimostrano che c'è un'economia sporca che tale non appare grazie alla collaborazione dei professionisti che l'hanno gestita. Un quadro che fa il paio con le indagini di poliziotti, carabinieri e finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria.
Qualche anno fa i magistrati palermitani misero il naso nel caveau di una banca e scoprirono che l'accesso al credito era fin troppo facile per i boss. Già nel lontano 2002 il boss di San Lorenzo Giovanni Niosi invitava un suo amico ristoratore a trattare bene il direttore di una filiale della Bnl di Palermo perché averlo come amico era opportuno nell'ottica di ottenere un “prestito buono”. L'apice degli intrecci perversi si ebbe nel 2009 quando venne chiusa l'agenzia Banca Intesa di via dell'Orsa Maggiore, ancora a Palermo. Furono i vertici regionali di Intesa Sanpaolo - quello sì che fu un esempio virtuoso - a segnalare quelle strane linee di credito concesse a personaggi sospetti. Ad esempio, Angelo Lo Giudice e Rosa Bompasso, titolari di diversi distributori di benzina, avevano ricevuto un affidamento di 365 mila euro, ma in realtà avevano una scopertura che superava il milione 700 mila euro. Qualche anno dopo finirono sotto processo con l'accusa di avere fatto da prestanome ai fratelli Graviano. Furono tutti assolti, però, compresi i boss di Brancaccio. Non erano gli unici clienti su cui si concentrarono i pubblici ministeri Dario Scaletta e Vania Contrafatto che individuarono alcuni gruppi specifici: "Vernengo Pennino", impegnato nel settore alimentare, riconducibile alla figlia di Antonino Vernengo, boss di Santa Maria di Gesù. “De Simone”, settore bar e caffè, e collegato a Giovanni De Simone, arrestato nel blitz Old Bridge di squadra mobile ed Fbi fra Palermo e New York perché considerato organico al clan di Brancaccio. E ancora “Buglisi-Sorrentino”, lavorazione ferro e alluminio, riconducibile a Giovanni Buglisi, arrestato nel blitz Cerbero contro la famiglia mafiosa di Corso dei mille, mentre l'altro socio, Sorrentino, era imparentato tramite la moglie con Antonino Cumbo, coinvolto nel blitz Addiopizzo. Non è tutto perché tra i clienti c'erano, direttamente o tramite loro parenti, Giuseppe Ciresi, Salvatore Adelfio, Giuseppe Gambino, Lorenzo Tinnirello e pure Francesco Nangano che sarebbe stato ammazzato nel 2013 in via Messina Marine all'uscita da un macelleria. Un bel portafoglio di clienti, mafiosi o in odore di mafia, che costò la chiusura della filiale della banca e il licenziamento del direttore Lorenzo Mazza.
Quello della filiale di via dell'Orsa maggiore fu il caso limite e non replicabile, dicono oggi gli investigatori, in altri sportelli della città. Ma di operazioni sospette ce ne sono parecchie e sfuggono alla regola della segnalazione. Finiscono per destare più sospetti i casi di clienti che prelevano cinquemila euro per concedersi una bella e meritata vacanza piuttosto che operazioni per centinaia di migliaia di euro. D'altra parte, come emerge dalle attuali indagini, mafiosi e parenti dei mafiosi si rivolgono a professionisti esperti per decidere se rilevare direttamente un'attività commerciale oppure creare una società ad hoc per farlo. Forse è la loro competenza a mascherare talmente bene gli affari sporchi da farli sfuggire ai controlli. E qui si innesta un'altra ipotesi. Per trasferire i beni ai parenti, in alcuni casi, i mafiosi potrebbero avere creato una sorta di “cassaforte di famiglia”. Società che in realtà sarebbero dei trust, istituti giuridici di derivazione anglosassone la cui caratteristica è il totale affidamento del patrimonio ad un gestore per una finalità specifica, con la completa perdita da parte dell'originale proprietario di ogni forma di gestione e amministrazione. E torniamo ai dubbi iniziali: se qualcuno si presenta nello studio di un professionista e chiede l'attivazione di un trust di cui possiede nozioni prossime allo zero tanto basterebbe per fare scattare la segnalazione per operazione sospetta. Ma anche le segnalazioni, si è detto, sono prossime allo zero.