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il caso

Formazione, politici e raccomandati
"Faccio i nomi e denuncio tutti"


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L'assessorato regionale alla Formazione professionale

Antonino Marasà, presidente del Consorzio Eduform, andrà alla Procura della Repubblica. Il suo ente di Formazione è ormai al collasso. E lui attacca a testa basta: “Deputati, assessori, dirigenti e funzionari regionali mi hanno chiesto di fare lavorare amici e parenti e ora neppure mi ricevono". L'assessore regionale Bruno Marziano: "Marasà vada in procura e faccia i nomi". 

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PALERMO - “La politica mi ha usato, spremuto, e ora mi volta le spalle”. Antonino Marasà, presidente del Consorzio Eduform, si definisce “scaricato” e “offeso”, ma soprattutto “pronto a denunciare tutto alla Procura della Repubblica”. A cominciare “dalle segnalazione (non usa la parola raccomandazioni, ma è di questo che si tratterebbe, ndr) ricevute per le assunzioni” nella formazione professionale. Il fatto che si dica "pronto" a una denuncia che, però, non ha ancora formalizzato impone prudenza. Marasà, 76 anni, è un nome storico nel panorama della formazione professionale. Chi lo conosce bene è certo, però, che di retroscena ne conosca parecchi.

“Politici, assessori, alti burocrati, dirigenti e funzionari regionali - afferma Marasà -, in tanti mi hanno chiesto di fare lavorare amici e parenti e ora neppure mi ricevono. Hanno deciso che non c'è spazio per Eduform?, mi sta bene ma ci diano ciò che ci spetta”.

Il Consorzio era un colosso della formazione con aule in mezza Sicilia. Nasce nel 2004 per volontà di Marasà che per decenni - oggi è in pensione- è stato anche preside dell'Istituto alberghiero Paolo Borsellino di Palermo. Oggi raccoglie le macerie. La rivoluzione del governatore Rosario Crocetta lo ha tagliato fuori dai finanziamenti. È di pochi giorni fa la comunicazione che è stata avviata la procedura per revocare l'accreditamento all'ente. A Marasà vengono contestate una serie di gravi inadempienze: mancato pagamento del personale, lacune nella rendicontazione delle spese sostenute, corsi mai attivati. “Se non mi pagano è naturale che io sia inadempiente”, tuona lui. “Non abbiamo ricevuto i finanziamenti regionali che ci spettavano - aggiunge - e siamo stati costretti a chiudere diverse sedi. Ci hanno sfrattato dai locali e dobbiamo fronteggiare decine di decreti ingiuntivi di persone che hanno lavorato con noi”. Solo alcune per la verità. Non tutti, infatti, hanno deciso di fare valere in tribunale il proprio diritto a ricevere lo stipendio. Ci sono persone che hanno accumulato crediti per migliaia di euro.

Marasà sostiene di dovere ricevere milioni di euro di finanziamenti arretrati e che la Regione non ha neppure pagato il milione 400 mila euro che l'amministrazione gli deve in virtù di un decreto ingiuntivo a suo favore. L'Eduform si occupava della formazione scolastica obbligatoria. Sulla base di una legge nazionale gli studenti devono partecipare ai corsi di 23 categorie professionali. L'Eduform ha formato soprattutto estetisti, parrucchieri, elettricisti, meccanici e addetti alla ristorazione. Quando Crocetta annunciò di volere cambiare lo stato delle cose è contro il proliferare di esperti nella cura della bellezza che sparò a zero. “Quei corsi faranno felici i fidanzati degli allievi, ma non servono alla Sicilia”, disse il governatore.

Hanno deciso di fare morire l'Eduform per dare spazio ad altri enti - attacca Marasà - dove si sono trasferiti i nostri iscritti, ma meritiamo una risposta per tutto quello che abbiamo fatto in questi anni”. Nel momento di massimo splendore il Consorzio vantava novanta classi in giro per la Sicilia con una forza lavoro - fra bidelli, dicenti e amministrativi - che superava le quattrocento unità. Un serbatoio alimentato, a suo dire, anche dalle richieste del politico di turno. Marasà racconta il periodo in cui “venivo convocato due volte alla settimana all'Ars”. E cosa gli chiedevano? “Lo sa che poi noi la trattiamo bene con i finanziamenti”. Oppure: “Tizio e Caio hanno bisogni di lavorare e me lo chiedevano persone che mi hanno sfruttato in tante cose”.

Inevitabile chiedere a Marasà con una buona dose di scetticismo perché abbia deciso di cedere alle pressioni, se tali sono state. E soprattutto perché abbia deciso di denunciarle solo adesso. La sua potrebbe essere la storia di chi si ribella ad un sistema di cui ha fatto parte: “Io avevo necessità di quel personale, non trasgredivo le legge se davo seguito alle segnalazioni di persone valide”. In Procura - solo in Procura perché dice di non avere alcuna intenzione di scavalcare i magistrati parlandone alla stampa - andrà a fare i nomi “di coloro che mi cercavano e ora neppure mi salutano. Mi devono dei soldi e devono darmeli. Non per me, guardi che io non ho perso una centesimo per il lavoro che ho fatto in dieci anni, ma per la gente che ha lavorato con me. Un po' di giustizia deve esserci in questa Sicilia, potrei pure chiudere e andare in pensione (ha compiuto 76 anni, ndr), ma non è giusto”. Saranno i magistrati, a cui Marasà annuncia di volersi rivolgere, a valutarne la sincerità. Ad accertare se la sua non sia la reazione di chi è rimasto fuori dai giochi.