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La storia

La maledizione degli inceneritori
Da 15 anni spauracchio della politica


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, Politica

In principio furono le polemiche e i veleni degli anni di Cuffaro. Poi lo strascico giudiziario, le sentenze sul “tavolino” e i contenziosi milionari. Ora i termovalorizzatori tornano a scatenare lo scontro politico.

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PALERMO – Ci sono parole tabù che nella storia recente della politica siciliana scoperchiano immediatamente un flusso di polemiche e veleni. Poche hanno la stessa potenza di inceneritore. I termovalorizzatori della discordia, gli impianti che producono energia trattando i rifiuti che restano dopo la differenziata, tornano ora a irrompere sulla scena del dibattito politico. E come era facile prevedere si portano appresso un codazzo di scontri e tensioni. Confermando ormai il proprio rodatissimo ruolo di "orco" della politica siciliana. Una sorta di babau, di spauracchio che da un quindicennio aleggia sul dibattito politico.

L'idea del governo Renzi di realizzare due maxi impianti in Sicilia non va giù al governo regionale. La giunta Crocetta infatti vorrebbe realizzare sei impianti più piccoli a minore impatto. E il caso ha riaperto le ferite tra le correnti del Pd, con Crocetta a Cracolici da una parte contro i renziani di Faraone dall'altra. E in mezzo, in una scomodissima posizione l'assessore al ramo, la renziana Vania Contrafatto.

C'è poco da fare: termovalorizzatore è parola maledetta in Sicilia. Che richiama una pagina a tinte fosche del recente passato, quella dei quattro megainceneritori previsti nell'era Cuffaro e definitivamente archiviati nell'era Lombardo dopo un calvario di polemiche, scandali e inchieste giudiziarie. Una vicenda (ricostruita nel dettaglio su Livesicilia in questo articolo dal compianto professor Mario Centorrino, qui il link) che parte nel giugno 2003, quando Cuffaro, all'epoca governatore e commissario per l'emergenza rifiuti, sulla base di gare bandite l'anno prima assegnava a varie associazioni di imprese una convenzione ventennale per il trattamento e l’utilizzo mediante termovalorizzazione della frazione residuale dei rifiuti urbani al netto della raccolta differenziata. I maxi inceneritori dovevano essere quattro, a Palermo, Augusta, Casteltermini e Paternò.

La procedura veniva annullata da una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, nel luglio 2007, per un difetto di pubblicità del bando. Fino alla risoluzione per inadempimento decisa dall'Agenzia Regionale Rifiuti e Acqua. Gli originari affidatari – vale a dire le società consortili Sicilpower, Tifeo Ambiente, Palermo Energia Ambiente, Platani Energia Ambiente – nonché alcune delle singole imprese associate (Falck, Ercole Marelli, SIAG, Elettroambiente, Panelli), malgrado la sentenza della Corte di Giustizia avesse ritenuto illegittimo l’affidamento in loro favore, contestano il tutto.

Nel 2009 (cioè un anno dopo rispetto alla data in cui nei piani sarebbero dovuti entrare in funzione gli impianti) si ripartì prima con una gara e poi con una procedura negoziata: entrambe fecero un buco nell'acqua. Poi, un decreto del 2010 del governo Lombardo ribadì l’annullamento di tutta la procedura, sollevando due ulteriori obiezioni: l’illecito collegamento tra i raggruppamenti volto ad alterare la concorrenza e il rischio di infiltrazioni del crimine organizzato. Nel frattempo emergevano sospetti su un giro di tangenti, e contenziosi civili con maxi-richieste di risarcimento, che si chiusero l'anno scorso con un accordo transattivo tra la Regione e le società del gruppo Falck che non previde esborsi a carico delle parti (i privati chiedevano un risarcimento da 1,3 miliardi, l'assessore Nicolò Marino aveva parlato di danno per la Regione di 500 milioni).

La magistratura amministrativa in una sentenza del 2013 che respinse, come altre di identico contenuto, un ricorso contro l’annullamento del bando deciso dal governo Lombardo, parlò di offerte preconfezionate “a tavolino” in accordo tra i diversi raggruppamenti. “Accordi illeciti”, scrissero i giudici parlando di “meccanismo anticoncorrenziale”: le proposte presentate dai vari raggruppamenti finivano per coprire, a incastro e senza sovrapporsi, tutti i 25 Ato e i quasi 400 Comuni dell'Isola, secondo una combinazione che — se fatta senza accordo — avrebbe avuto una possibilità su 926 milioni di verificarsi.

Qualche anno prima, nel 2010, la commissione parlamentare d'inchiesta sui rifiuti aveva prodotto un documento di 200 pagine in cui sostanzialmente si affermava che in Sicilia il sistema dei rifiuti “è organizzato per delinquere”, definendo il settore dei rifiuti “la più eclatante manifestazione della legge dell'illegalità”. In quelle pagine tanto spazio trovò la vicenda degli inceneritori con particolare riguardo al rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata. Insomma, i famigerati inceneritori dell'epoca non bruciarono mai rifiuti. Ma una valanga di soldi e tanta credibilità.

E la maledizione continuò ben oltre i governi di Cuffaro. Fecero litigare i termovalorizzatori anche ai tempi di Lombardo. Come quando qualcuno sollevò la questione di un presunto conflitto di interessi di Gaetano Armao, che prima della nomina ad assessore regionale aveva staccato una signora parcella al gruppo Falck, controparte della Regione nel megacontenzioso. Che fece litigare anche all'era di Crocetta, quando il governatore accusò Nicolò Marino, al tempio del divorzio tra i due, di avere spinto per una soluzione transattiva del contenzioso (lui era saltato dalla sedia a sentirlo, sostenne Crocetta). Marino negò e raccontò tutt'altra storia. Alla fine Crocetta, senza saltare dalla sedia e dopo l'uscita di scena di Marino, diede il via libera alla transazione.

Nel frattempo gli anni sono trascorsi e sui rifiuti la Sicilia non ha fatto passi avanti. La munnizza ha continuato ad ammassarsi nelle discariche siciliane, fino a farle scoppiare, ingrassando il business dei privati. La raccolta differenziata non è mai decollata nel frattempo. Anzi, i desolanti dati siciliani sono persino peggiorati. Altro che il 65 per cento di obiettivo nazionale, la Sicilia arranca ancora a un sesto della quota, un disastro assoluto, con dati addirittura in peggioramento. Basti pensare che a Palermo nel 2014 la percentuale di differenziata si è fermata a un miserrimo 8,29 per cento. L'ultima legge regionale varata sulla materia è rimasta in buona parte inapplicata. E da anni si procede di emergenza in emergenza. I camion fanno avanti e indietro ogni giorno trasportando immondizia verso le discariche. Domani potrebbero macinare gli stessi chilometri diretti verso i due mega inceneritori che piacciono al governo Renzi e che promettono di smuovere altre valanghe di denaro. Da qui ad allora bisognerà trovare comunque un posto, tra polemiche e veleni, per i maledettissimi rifiuti siciliani.