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Si scrive rifiuti, si legge presidenza
Nel Pd si è aperta la partita


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, Politica

I rinnovati attacchi di Faraone sono il preludio dell'opa dei renziani alla presidenza della Regione. Ma “gli altri” non ci stanno. E scatenano un contrattacco, in cui la Sicilia potrebbe restare ingarbugliata per mesi.


PALERMO – Lo scontro nel Pd siciliano si è riaperto. E stavolta difficilmente un rimpasto potrà servire a sancire una tregua armata. Perché lo spartito degli ultimi giorni sembra destinato a durare per un pezzo, almeno fino a quando – e non sarà certo a breve - i democratici non avranno assunto la decisione definitiva su quella che è la vera partita: il prossimo candidato a Palazzo d'Orleans. È questa l'autentica posta in gioco di una partita a scacchi tra le due anime del Pd, che è già cominciata e senza esclusione di colpi.

Davide Faraone, luogotenente di Matteo Renzi nell'Isola, sembra aver rotto gli indugi. Dopo aver a lungo tifato per la fine anticipata della legislatura, dopo essere sceso a patti con le altre correnti sdoganando il Crocetta quater, il politico palermitano è tornato ad attaccare a testa bassa. Tornando al copione dei mesi scorsi, ossia quello secondo il quale a Roma c'è un governo che fa, a Palermo no. E a Roma tocca supplire le mancanze sicule. Il cuore della propaganda renziana è sempre quello. E il sottosegretario all'Istruzione è tornato a metterlo in scena, prendendo come spunto la vicenda inceneritori. “Quanto meno adesso in Sicilia si lavora", è tornato ancora ieri ad attaccare Faraone, stigmatizzando una “classe dirigente regionale che non riesce a tenere il passo del governo nazionale".

L'impressione dentro il Pd è che il leader renziano parli ormai da candidato in pectore a Palazzo d'Orleans. Così possono essere lette le sue prese di posizione dure, così i suoi tour per le scuole siciliane, così le sue grandi manovre a destra del Pd, dove l'alleato di ferro Totò Cardinale ha tessuto una prima rete di renziani di complemento, che si potrebbe allargare se i verdiniani di Ala, come pare, passeranno definitivamente da questo lato della barricata.

È Davide Faraone il candidato naturale dei renziani per il dopo Crocetta. Seppure si intravede la possibilità di un piano B, che magari potrebbe passare da Roberto Lagalla, l'ex rettore ieri ancora una volta a fianco del sottosegretario per un evento pubblico. Un nome che piace a certi ambienti centristi, neo renziani o aspiranti tali.

Com'era prevedibile, i movimenti renziani hanno suscitato una reazione nell'altra metà del campo dem. Con quelli che per comodità si sono chiamati “cuperliani”, cioè l'ala prevalentemente ex diessina che ha alla testa il segretario Fausto Raciti e nomi come Antonello Cracolici o Mirello Crisafulli, subito sulle barricate. E impegnati, anzi impegnatissimi, in un tiro al governo Renzi. Mentre Faraone spingeva sull'acceleratore per gli inceneritori, Cracolici commentava così: "Due termovalorizzatori proposti dal governo nazionale: è una proposta di chi non ha idea di cosa sia la Sicilia. Spero se ne rendano conto". E un cracoliciano di ferro come il deputato nazionale Franco Ribaudo accusava i renziani di giocare all'assessorato all'Energia (guidato da Vania Contrafatto) deliberatamente per “arrivare oggi al commissariamento del settore da parte del Governo nazionale, attraverso il quale realizzare gli inceneritori in Sicilia”. Intanto, un altro big della corrente come Bruno Marziano, assessore alla Formazione, sparava a zero a giorni alterni contro le scelte del governo nazionale che penalizzano le ex province siciliane.

La partita è aperta. E si gioca pericolosamente in parallelo con quella tra Palermo e Roma per quel mezzo miliardo che ancora manca per mettere in sicurezza i conti della Regione. Una vicenda che già nei mesi scorsi è stata impropriamente intrecciata con lo scontro di potere interno al Pd. Fuori dai giochi e sempre più marginale, un Rosario Crocetta che sembra mestamente destinato a principiare anzi tempo il suo ruolo di ex in vista della prossima sfida elettorale. Ma tra il dire e il fare da qui alla scadenza naturale della legislatura ci sono di mezzo venti lunghissimi mesi.