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Il caso

Gli amici, 'ndrine e politica
Ormai è guerra dei porti


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Il governo Renzi ha deciso la riduzione e l'accorpamento delle Autorità portuali. Il governatore non vuole che i messinesi si leghino ai calabresi: "C'è la mafia". Ma qualcuno è convinto: “Vuole solo tutelare imprenditori amici”. I trapanesi invece non vogliono stare sotto il controllo di Palermo e fare la stessa fine di Termini Imerese. (Nella foto, il porto di Palermo)


PALERMO - Crocetta non vuole che i messinesi si leghino ai calabresi, ma qualcuno è convinto: “Vuole solo tutelare imprenditori amici”. I trapanesi non vogliono stare sotto il controllo di Palermo, dove invece è già finita Termini Imerese: “E da allora qui non attracca più una nave”, spiega il sindaco della cittadina termitana. In Sicilia è scoppiata la guerra dei porti.

La riforma di Delrio

A fungere da innesco è stato il recente decreto approvato dal Consiglio dei ministri sulla “riorganizzazione, razionalizzazione e semplificazione delle autorità portuali”. Una decisione con la quale il ministro alle Infrastrutture Delrio ha deciso la riduzione delle Autorità da 24 a 15. Per quanto riguarda la Sicilia, sono tre i nuovi organismi che verranno fuori dalla riforma. Il primo, è l'Autorità portuale del Mare di Sicilia orientale costituita dai porti di Augusta (sede dell'Autorità) e Catania; il secondo è quello della Sicilia occidentale che prevede Palermo come sede di un'Autorità che comprende anche i porti di Termini Imerese, Porto Empedocle e Trapani; il terzo è l'Autorità di sistema portuale dello Stretto, con Gioia Tauro sede di un'Autorità che comprende Corigliano Calabro, Taureana di Palmi, Villa San Giovanni, Vibo Valentia, Reggio Calabria, Messina, Milazzo,Tremestieri. È questo l'ente che non piace al presidente della Regione Crocetta. Ovviamente con motivazioni “antimafia”. “Sostengo – ha detto il governatore - l'integrità della Sicilia e quindi visto che Messina è una delle città più importanti della Regione, non capisco perché dovrebbe essere in seconda fila con un'Autorità portuale spostata a Gioia Tauro". La motivazione, ovviamente è molto semplice: quello di Gioia Tauro è considerato uno dei porti più importanti d'Europa. In grado di accogliere navi cargo che ricevono merci da tutto il mondo. Ma per Crocetta: “una cosa era mettere capofila Messina un'altra è mettere Gioia Tauro. Ho già espresso il mio dissenso scritto e credo che un decreto fatto senza il pronunciamento della Regione sarebbe anticostituzionale”.

L'ombra della 'ndrangheta

Ma come detto c'è di più. Per Crocetta, infatti, “questa situazione è totalmente invisa agli operatori economici di Messina che sono preoccupati anche per il peso rilevante che ha la 'ndrangheta nel controllo del porto di Gioia Tauro. Noi abbiamo fatto una grande battaglia per liberarci dalla mafia mentre lì ancora sono all'inizio di un'azione e temiamo le infiltrazioni mafiose della 'ndrangheta che potrebbero estendersi a Messina". Insomma, il presidente esprime un concetto molto chiaro: “Ma come, ci siamo liberati della mafia e vogliamo prenderci la 'ndangheta?”. Parole che ovviamente non sono piaciute ai calabresi. E hanno scatenato un caos diplomatico: “Nessuno – ha protestato tra gli altri il presidente della Provincia di Reggio Calabria Giuseppe Raffa - ha attribuito al presidente della Regione Siciliana l'autorità morale di assegnare patenti di mafiosità. L'attacco volgare di Rosario Crocetta contro il porto di Gioia Tauro offende tutti i cittadini della provincia di Reggio Calabria ed è espressione di una grettezza intellettuale che non ci saremmo mai aspettati dall'ex sindaco di Gela". Parole che hanno spinto il presidente dell'Ars, il messinese Ardizzone a chiedere “scusa ai cittadini calabresi per le improvvide e inopportune dichiarazioni del presidente della Regione siciliana”.

L'amicizia con gli imprenditori messinesi

Ma cosa c'è davvero dietro la plateale protesta del governatore siciliano? In tanti ritengono che le parole di Crocetta riflettano – e in parte questa idea è desumibile dalle stesse dichiarazioni del presidente – la preoccupazione (assolutamente legittima e persino comprensibile) di alcuni gruppi imprenditoriali vicini allo stesso Crocetta e a qualche suo fedelissimo del Messinese. In particolare al gruppo Franza, tra i più ricchi e potenti in Sicilia, che rischierebbe di perdere la centralità che attualmente occupa al porto di Messina, che verrebbe inglobato da quello di Gioia Tauro dove invece è forte è l'influenza di Msc, un gruppo potenzialmente “concorrente” rispetto alla famiglia messinese che si occupa da cinquant'anni del traghettamento sullo Stretto. “Perché – ha di fatto ammesso Crocetta al portale 'tempostretto.it' - non dovrei supportare gli imprenditori siciliani? O messinesi? Abbiamo garanzie che l’imprenditoria siciliana potrà avere spazi oppure accadrà solo il contrario?". Insomma, la 'nadrangheta c'entra, ma fino a un certo punto. Del resto, già a caldo, l'ex ministro Gianpiero D'Alia, che conosce bene Messina, aveva commentato così l'uscita del governatore: “Non capisco se è frutto di una delle sue tante estemporaneità o di qualche manina privata”.

Il porto di Trapani e l'esempio di Termini Imerese

Ma che la riforma dei porti sia anche un enorme risiko, è apparso subito chiaro anche all'estremo opposto dell'Isola. A Trapani, cioè, dove sono esplose le proteste di chi avverte il rischio dell'indebolimento del porto in seguito alla fusione con l'Autorità portuale di Palermo. Una proposta che ad esempio il senatore trapanese Antonio D'Alì ha già bollato come “illegittima, indecente e irricevibile”. Secondo il parlamentare infatti, questa fusione “configura un'ulteriore volontà di colonizzare Trapani da parte palermitana senza alcun nesso logico di sistema. Dico ciò perché Trapani non ha alcuna attinenza strategica con Palermo”, inoltre, il passaggio sotto il controllo di Palermo “comporterebbe una mortificazione dell'autonomia del Porto di Trapani”. E lo scontento è molto ampio: “Quella del governo Renzi è “una scelta – dice l'ex sindaco di Trapani e attuale deputato regionale Mimmo Fazio – che non comprendo. I porti di Trapani e Palermo sono da sempre in competizione. E se questa fusione diventerà operativa, è difficile pensare che il porto della mia città possa svilupparsi. Tra l'altro – aggiunge – la decisione rischia di avere ripercussioni anche dal punto di vista lavorativo: nel momento in cui verranno dirottate le navi verso il capoluogo, è chiaro che anche le nostre maestranze rischiano di lavorare di meno”.

E in effetti qualche esperienza passata rafforza i dubbi dei politici trapanesi. Pochi anni fa, infatti, ad esempio, il porto di Termini Imerese è confluito all'interno dell'Autorità portuale di Palermo. Le conseguenze? Le racconta il sindaco della cittadina termitana, Salvatore Burrafato: “Nel 2016 qui non è ancora approdata una nave. E negli ultimi anni c'è stato un chiaro decremento dovuto certamente a tanti motivi tra cui la crisi, l'addio di Fiat, i lavori sulla A19. Ma certamente molte imbarcazioni sono state dirottate da Termini a Palermo. Non vorrei – ha concluso – che dietro ci sia la necessità di garantire il lavoro alle maestranze del capoluogo, mettendo in crisi i nostri operai”. Perché il risiko dei porti è anche (e soprattutto) un gioco di potere.