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Fratel Biagio non si arrende
"Potrei morire per Palermo"


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Biagio Conte nei locali dell'ex fonderia basile

I buoni di Palermo. Di battaglie ne ha fatte tante, per gli ultimi, per i diseredati, per chi non ha nessuno. Anche l'ultima, per l'uso dell'ex Fonderia Basile, è salita alla ribalta della cronaca, per un digiuno prolungato (e pericoloso). Perché Biagio Conte non passa inosservato. E non passa inosservata l'innocenza dei suoi occhi azzurri. IL VIDEO

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PALERMO- Lo ritrovi sempre lì, Fratel Biagio, nel luogo della speranza impossibile. Più i muri dell'indifferenza sono spessi, più lui riesce a scavalcarli, ad aggirarli, con l'innocenza dei suoi occhi azzurri. E' un acrobata, Biagio Conte, missionario di ben tre missioni che danno riparo a una marea di persone, tra via Archirafi, via Decollati e via Garibaldi; altrimenti non sarebbe sopravvissuto, sarebbe rimasto schiacciato sotto le pietre di questa Palermo eternamente divisa tra il cemento che la imprigiona e il cielo verso cui prega.

Lo ritrovi lì, Fratel Biagio, sopra un cartone e una coperta, protetto da una scatola, velato da un saio leggero nelle notti ormai severe, con i piedi calzati dai sandali e screpolati dal freddo. Non mangia da giorni. I suoi amici sono molto preoccupati per lui. La sua ultima battaglia è nota: la 'riconquista' dell'ex Fonderia Basile – capannoni e spazio a due passi dalla missione di via Archirafi – promessa ai poveri dalle precedenti amministrazioni, successivamente acquistata da un privato. “Starò qui fino a quando qualcuno non mi dirà che sarà dedicata agli ultimi e agli emarginati”, racconta Biagio, avvolgendosi nel suo saio. Si sarebbero aperti alcuni spiragli. Il vescovo, Corrado Lorefice, gli telefona affettuosamente e spesso. Il sindaco Orlando sostiene le ragioni dei diseredati. Si lavora per trovare un accordo.

Lo ritrovi lì, con le parole caritatevoli di una incrollabile fede, impregnate di speranza, soprattutto quando la battaglia appare impossibile. “Vedi, fratello, io dormo qui, per terra. Ho trovato un ramoscello d'ulivo, non so da quanto stava qua. L'ho preso come un buon segno. Mi sono sempre impegnato per quelli che nessuno degna di uno sguardo, perché sono piantine fragili, da proteggere, come questo piccolo ulivo. Non mi fermerò mai. Solo la bontà salverà Palermo e io posso anche soffrire e morire per una città più umana, più intrisa di fraternità. Ormai ho i miei anni. Il mio corpo non è più tagliato per certe fatiche. Sono sicuro che il Signore non mi abbandonerà”.

Ma un acrobata dell'ideale non si stanca mai. Sa flettersi e piegarsi per andare oltre la cattiveria del muro e del filo spinato. Biagio Conte è un atleta della sua vocazione. Trascorre inverni rigidi in una grotta su Monte Pellegrino a meditare. Mesi fa, prese una croce e cominciò a girare per le strade di una Sicilia attonita. Qualcuno non credeva ai suoi occhi. Qualcuno pensò: chi si crede di essere? Qualcuno capì la natura del gesto: rappresentare un segno di contraddizione, uno scandalo, una critica radicale alla cecità del benessere.

“Potevo rimanere in Africa, sai fratello? Volevo restare lì, quando ci sono andato, c'era tantissimo da fare. Però la mia Africa è Palermo, non potevo abbandonarla. Io devo stare qui, dove ho cominciato alla stazione centrale, dando conforto ai più disgraziati. Li portai dal cardinale Pappalardo e lui li abbracciò. Io mi sentii rinascere. Finalmente un grande pastore aveva spezzato le catene dell'emarginazione. Anche don Corrado, il nuovo vescovo, è un prezioso dono di Dio. E' come se Papa Francesco fosse giunto tra di noi”.

E di anime ne sono passate, dalla stazione, dai crocevia più fetidi e innominabili, attraverso le porte dell'accoglienza. Le ragazze di strada, ricoverate in via Garibaldi, con figli non voluti, quanto amati. Gli immigrati sbarcati da viaggi infernali. I concittadini vecchi e rottamati che frugano dentro i cassonetti. C'era Vicè vogghiofumare che in gioventù lavorava da sarto, prima di finire per strada e che doveva il suo soprannome all'intercalare con cui ti chiedeva ancora un'altra sigaretta. C'era Vicè e basta, che si raffigurava come una bellissima donna e aveva eletto a suo domicilio le colonne delle poste di via Roma. Accettò l'aiuto di un medico e di un'ambulanza, solo quando capì che era arrivata la fine; morì con i capelli lunghi sparsi sulla lettiga e le pupille rivolte verso le stelle della sera.

Biagio, lo ritrovi sempre lì: “Vedi, fratello mio, il povero non si abbandona mai. Si aiuta col necessario e col reinserimento. Devi dargli da mangiare, però soprattutto devi dargli la dignità di apprendere un lavoro, di sapersi rendere utile. Io non protesto. La mia è la preghiera del digiuno per battermi contro la crescente disumanizzazione. Non possiamo più permetterci l'indifferenza. La diga sta cedendo sotto la spinta di troppa sofferenza, di troppo male. E quando crollerà nessuno potrà salvarsi dalla tragedia. Dobbiamo ricominciare a dialogare, a osservare, a guardarci negli occhi. Dobbiamo riprenderci la nostra umanità".

E mentre il fraticello laico continua a parlare e non la finirebbe più, perché la sua voce segue il corso luminoso delle stelle, come lo sguardo di Vicè, in tanti sopraggiungono. Chi per un saluto alla moglie malata. Chi solo per toccargli le mani. Chi per pregare con lui. Viene Giovanni Paolo, ragazzo del Ghana, che sta imparando il mestiere dell'idraulico. Viene Salvatore, pensionato, che ora che ha del tempo a disposizione sta insegnando a Giovanni Paolo il mestiere di idraulico. Fratel Biagio parla con tutti, accarezza tutti, sfiora le mani di tutti. Lo ritrovi sempre lì, di sentinella. Lì dove il muro più cupo ha bisogno di uno slargo di cielo.