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il caso

"Inquinamento e malformazioni"
Famiglie gelesi citano l'Eni


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eni, gela, Caltanissetta

Chiedono risarcimento per aver vissuto in un territorio che ritengono "inquinato" e per non aver ricevuto tutele dalle istituzioni. Prima udienza del processo civile l'11 maggio.

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GELA (CALTANISSETTA) - Si preannuncia battaglia legale tra l'Eni e alcune famiglie di Gela. Per il semplice fatto di avere vissuto in una città, sede per mezzo secolo di uno dei più grandi insediamenti industriali del cane a sei zampe in Europa, una decina di famiglie gelesi chiedono un risarcimento di 50mila euro a persona. Sono parenti dei morti per tumore ed eredi degli ex lavoratori del petrolchimico. Tra loro c'è anche chi non ha subito danni, ma chiede ugualmente un risarcimento perché ritiene di respirare aria e utilizzare acqua sporche e consumare prodotti coltivati in un'area "contaminata" dall'attività della raffineria. La prima udienza è fissata per l'11 maggio.

"Oltre ad Eni Spa, Raffineria di Gela, Enimed, Sindyal Spa e altre società petrolchimiche, citiamo in giudizio - spiega l'avvocato Emanuele Maganuco - la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell'Ambiente, la Regione Sicilia, l'assessorato regionale al Territorio ed Ambiente, l'ex Provincia regionale di Caltanissetta oggi Libero Consorzio Comunale, il Comune di Gela, l'Arpa Sicilia, il dipartimento di Protezione Civile e l'Ispra, l'istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale".

Secondo il legale infatti "la responsabilità per il grave stato di contaminazione ambientale di Gela è dovuta non solo ai danni prodotti dalle società petrolchimiche, ma anche e soprattutto dall'immobilità degli enti pubblici nazionali e territoriali. Le leggi nazionali e le normative comunitarie imponevano ai loro rappresentanti una serie di prescrizioni, a tutela della salute e dell'ambiente, di fatto mai adottate".

Un unicum nel panorama giurisprudenziale nazionale. Un inedito percorso iniziato lo scorso 19 gennaio, data in cui è stato notificato l'atto di citazione al Tribunale Civile di Caltanissetta, contenente oltre duemila documenti allegati. Secondo l'impostazione difensiva "questi enti hanno ignorato i dati acquisiti dal patrimonio tecnico-scientifico, non intervenendo pur avendo facoltà di gestire poteri straordinari nell'ipotesi di eventi eccezionali".

Una relazione tecnica, depositata nel gennaio 2015 dal chimico gelese Fabrizio Nardo, ha infatti confermato "la sussistenza di un nesso tra le diverse patologie che hanno colpito i lavoratori dell'impianto clorosoda-dicloroetano, l'ormai noto impianto killer, e le sostanze tossiche e cancerogene presenti nei luoghi di lavoro".

"Solo con la divulgazione di questi dati per la prima volta i gelesi hanno avuto piena conoscenza dell'effettivo stato di contaminazione del territorio", argomenta Maganuco. "Così hanno scoperto che nascere qui comporta un maggior rischio di ammalarsi di tumori. Hanno preso coscienza che procreare a Gela e trascorrere qui i nove mesi della gestazione, potrebbe causare la nascita di un bimbo affetto da malformazioni. Chi doveva vigilare non lo ha fatto".