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Il caso

L'assenteismo dell'antimafia
Indagati i parenti di una vittima


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Sono stati assunti alla Regione grazie alla legge che tutela i congiunti delle vittime di mafia. Ma secondo gli inquirenti avrebbero spesso "finto" di essere al lavoro. E così, ecco l'avviso di garanzia e la richiesta di rinvio a giudizio. In un anno, tanti altri casi. Eccoli.

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PALERMO - Hanno beneficiato della legge che tutela i parenti delle vittime di mafia. Così, sono stati assunti dalla Regione. Ma troppo spesso da quegli uffici periferici di Gela, secondo i magistrati che hanno indagato, sono stati assenti. Nonostante i fogli di firma raccontassero il contrario.  E così, ecco l'avviso di garanzia, poi la richiesta di rinvio a giudizio dei pm, infine il procedimento disciplinare avviato (e poi sospeso) dalla Funzione pubblica.

L'antimafia e l'assenteismo. Le vittime, giustamente tutelate, che si trasformano in “furbetti” del cartellino. In un ibrido da brividi. Accuse ovviamente tutte da dimostrare per i quattro dipendenti. Tre di questi legati da vincoli di parentela e un unico cognome. Lo stesso di una delle vittime di Cosa nostra. A loro però il pm della Procura di Gela Elisa Calanducci ha contestato il reato di truffa aggravata in concorso. Nel mirino degli inquirenti le firme al registro dei presenti negli uffici periferici di Gela. E per questo hanno chiesto per i dipendenti il rinvio a giudizio. Facendo espressamente riferimento ai "lavoratori assunti con i benefici della legge regionale 20/1999”. E' proprio quella la norma che, insieme a elargizioni economiche e varie forme di sostegno ai parenti delle vittime di mafie, prevede la possibilità per la Regione di “assumere nei propri ruoli, anche in soprannumero, per chiamata diretta e personale e con qualifica corrispondente al titolo di studio posseduto, in assenza di attività lavorativa autonoma o di rapporto di lavoro dipendente, il coniuge superstite, i genitori, il convivente more uxorio e gli orfani delle vittime della mafia e della criminalità organizzata”. Ma per il pm della Procura di Gela, alla tutela – sacrosanta in via di principio – sono seguiti comportamenti non all'altezza dei nobili motivi per cui è giunta quell'assunzione. E così, ecco l'indagine, i cui fatti risalgono al 2012, e che scaturisce da un monitoraggio da parte della Guardia di finanza andato avanti per settimane. Nel 2015 ecco agli avvisi di garanzia e la richiesta di rinvio a giudizio. Se verrà accolta, scatterà la sospensione automatica per i dipendenti. Il procedimento disciplinare infatti è stato già avviato. Ma al momento è "sospeso" in attesa del giudizio dei magistrati.

E se il paradosso dei parenti delle vittime di mafia rende “unico” questo caso, certamente quelli legati all'assenteismo alla Regione o negli enti che fanno capo a essa non sono stati pochi nemmeno nelle cronache dell'ultimo anno. Appena due settimane fa, infatti, si è chiuso con 78 condanne ed una assoluzione il processo per truffa sui casi di assenteismo all'Iacp, istituto autonomo case popolari di Messina. I giudici della prima sezione penale del Tribunale hanno disposto condanne da un minimo di quattro mesi di reclusione ad un massimo di un anno e cinque mesi, con pena sospesa per tutti. Una sola la persona assolta con formula piena. Nel dicembre 2012 tra gli impiegati dell'Iacp quattro persone furono arrestate, 54 furono denunciate con obbligo di firma e 23 semplicemente denunciate, accusate di falso ideologico e truffa aggravata allo Stato. Coinvolti 81 dei 96 dipendenti dell'Iacp che secondo quanto accertato dalla Guardia di Finanza abbandonavano le loro scrivanie per stazionare al bar, per fare shopping, per sbrigare faccende personali.

Un mese prima, nel dicembre del 2016 era stato il turno di un gruppo di impiegati dell'Ufficio del Garante dei detenuti: condannati a dieci mesi ciascuno di carcere e alla alla restituzione "forzata" dei soldi che non avrebbero dovuto percepire. L'indagine coordinata dal pubblico ministero Daniela Varone sfociò in un blitz della guardia di finanza. Era il 2012. I militari, grazie a telecamere e attraverso appostamenti, pedinamenti e servizi di osservazione, monitorarono per oltre un mese alcuni dipendenti che, durante l'orario di servizio, si sarebbero assentati dal proprio posto di lavoro per recarsi, spesso in gruppo, al bar e in altri esercizi commerciali a Palermo. L'ufficio del Garante si trovava in via generale Magliocco, nel centro di Palermo.

A maggio dell'anno scorso, poi, la Regione ha dovuto licenziare un dipendente dell'Ente per il diritto allo studio, per assenze prolungate, ma in questo caso, sotto certi aspetti, non del tutto ingiustificate, e legate a fatti di natura personale. Sanzione molto più leggera, invece, quella comminata a un altro dipendente della Regione, anche lui impiegato al dipartimento delle Infrastrutture, negli uffici che si occupano di edilizia. In questo caso è arrivata una “censura”, una sorta di avvertimento per iscritto al lavoratore. Cosa ha fatto il regionale per “meritarsi” la tirata d'orecchi dell'amministrazione? Stando al decreto con cui viene portato a termine il procedimento disciplinare, infatti, il lavoratore avrebbe “dichiarato una residenza, nonché un domicilio con il numero civico errato, eludendo così – si legge nel decreto firmato dal dirigente generale della Funzione pubblica, Luciana Giammanco – all'accertamento della malattia tramite la visita fiscale”. Insomma, il medico sarebbe andato fino al domicilio indicato dal dipendente, ma non sarebbe riuscito a trovare il “malato”. Il dipendente, tra l'altro, convocato dall'amministrazione i primi di aprile, ha deciso di non presentarsi nemmeno, ma di far giungere una memoria difensiva dell'avvocato. Non sufficiente a evitare al lavoratore il provvedimento disciplinare: il rimprovero scritto, ovvero la censura. Un provvediemento “soft”, in fondo. Più grave di quello sono infatti la multa, la sospensione e, appunto, il licenziamento.

Attualmente risultano pendenti ben 149 procedimenti disciplinari nei confronti di dipendenti regionali. Sono stati 16, dal 2012 a oggi i lavoratori licenziati. Ovviamente non tutti per assenteismo. In questi quattro anni, poi, sono stati sospesi 108 dipendenti, la metà dei quali in seguito a provvedimenti cautelari di arresto o in seguito a una condanna in primo grado per peculato, concussione e corruzione.

Ma come detto, i casi di assenteismo non sono stati pochi. A gennaio del 2015 era stato il turno di cinque dipendenti dell'Istituto zootecnico. Avrebbero timbrato i loro badge e firmato i loro fogli di presenza, ma di loro nella sede di Godrano nella quale erano impiegati non vi sarebbe stata traccia. Anzi, al posto di essere al lavoro, sarebbero stati beccati anche a sbrigare pratiche dai carabinieri e sottoposti a controlli dai militari per strada, ma anche dal medico e a decine di chilometri di distanza dall’istituto. Un caso a sé poi è quello di fronte al quale si è trovata la Regione a metà del 2014. A fine luglio infatti il Genio civile di Siracusa scrive alla Funzione pubblica: da due mesi un dipendente non si presentava a lavoro. E quel dipendente non si presenterà più, nemmeno di fronte ai richiami e alle convocazioni della Regione. Niente. Svanito nel nulla. Verrà ovviamente licenziato. Ma nonostante sia una caso inusuale, non è l'unico. “A dire il vero – filtra dagli uffici della Funzione pubblica – ci siano trovati di fronte a un paio di storie di dipendenti di cui abbiamo, di fatto, perse le tracce. In qualche caso, le ultime notizie erano quelle di una scelta di vita radicale: lasciare tutto e andare vivere nell'Est dell'Europa”. Assente a tempo indeterminato.