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La polemica su Cuffaro

Così il Pd è diventato
il partito del trasformismo


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Da Bersani a Zoggia, la minoranza dem attacca. Ma il risveglio appare tardivo. Negli ultimi tre anni, dal gruppo dell'Ars alle cariche di partito, il Pd è stato trasformato con disinvoltura nel nome del renzismo nella nuova casa di tanti pezzi del centrodestra.

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PALERMO - Il gruppo del Partito democratico ha 23 deputati. Di questi, sette sono, più di un terzo, sono stati eletti in altri partiti. Sono tutti, ovviamente, renziani. E uno di loro, Alice Anselmo, già transitata in sei gruppi in una sola legislatura, è pure capogruppo. Cuffarismo o non cuffarismo, il trasformismo scatenato in questa legislatura ha investito e attraversato in pieno il Pd. E il risveglio tardivo della segreteria regionale, dopo le dichiarazioni di Totò Cuffaro, con l'annuncio del “congelamento” di un tesseramento già bello che chiuso (il 31 gennaio scorso) appare oggi vagamente pretestuoso. Così come le polemiche che si sono scatenate dentro il Pd, con la violentissima nota di Giuseppe Bruno, a cui di norma la corrente renziana di Davide Faraone delega il comunicato d'attacco. Raciti ha parlato di tentativi di buttarla in rissa, Antonello Cracolici ha risposto per le rime, così come Lillo Speziale. Nel Pd insomma sono saltati i nervi. Il tesseramento appena concluso, coi renziani attivissimi nell'imbarcare nel partito tanta roba che con la storia dei dem ha poco a che vedere, così come hanno fatto nell'ultimo biennio a livello di classe dirigente, rischia di far saltare i rapporti di forza nel partito. Che, piaccia o meno questo è ormai un dato di fatto, nella sua inedita (per la Sicilia) conformazione di partito di potere e di palazzo sembra avere mutato da un pezzo il suo codice genetico, alterando la sua identità e vedendo sfumare i propri confini.

Cimentandosi nel sempre affollato sport del salto sul carro del vincitore, complice lo spappolamento del vecchio centrodestra, fiumane di politici a ogni livello si sono buttati sul Pd, trovando alloggio in sede o nelle dependance appositamente create all'Ars quasi come sale d'attesa per transfughi.

Il trasformismo nel Pd non è stato solo accettato, ma addirittura premiato in questi anni. A tutti i livelli. Emblematica l'elezione a capogruppo della Anselmo, deputata alla prima legislatura, eletta nel listino bloccato del presidente, transitata in tutte le possibili anime del centrosinistra: Megafono, Territorio, Drs, Udc, Articolo 4. Veniva invece proprio dal centrodestra Marco Zambuto, l'ex sindaco di Agrigento che fu eletto addirittura presidente del partito, prima di essere candidato alle Europee dove emerse l'effettivo (e non impressionante, diciamo) peso elettorale della corrente renziana. Con la Anselmo entrarono in blocco da Articolo 4 anche Luca Sammartino, eletto nell'Udc, Valeria Sudano, cuffariana per tradizione familiare e personale visto che era stata eletta dal cuffarianissimo Cantiere Popolare, Paolo Ruggirello, uno che era stato eletto niente meno che nella lista di Nello Musumeci, Pippo Nicotra, Udc di lungo corso ma con già all'attivo una lunga lista di partiti. Era stato eletto con la lista di Crocetta invece Gianframco Vullo, altro acquisto in corsa del Pd, ovviamente renziano anche lui.

“Io ricordo un'accoglienza con la grancassa a Catania per l'ingresso di esponenti politici provenienti da altri partiti, con il segretario Raciti e altri maggiorenti. Nessuno si è scandalizzato allora e adesso non si capisce sulla base di che cosa si accende la polemica per una piccola trappola di Cuffaro”, commenta Marika Cirone, vicepresidente del Pd siciliano. E anche Davide Zoggia, minoranza dem già braccio destro di Bersani, ricorda quei fatti: "Segnali chiari erano stati lanciati, da quei mondi, già durante gli scorsi mesi; ad esempio nella grande assemblea svolta a Catania dove molti importanti gruppi cuffariani si sono ritrovati per manifestare la loro volontà di aderire al Pd. Per noi è del tutto evidente che i programmi e i valori di Cuffaro sono in contrasto con i nostri e con la nostra storia”, dice Zoggia, che accusa Raciti di risveglio tardivo.

Già, tutto andava bene allora, anche se sui territori il malessere cresceva. I circoli del Catanese e del Trapanese erano in rivolta per gli ingressi di Sudano, Sammartino e Ruggirello. La classe dirigente del partito non batteva ciglio. Intanto, Davide Faraone organizzava la Leopolda palermitana, che sembrò una sorta di adeste fideles per gli orfani del centrodestra. Una kermesse che fece incrementare i boatos sulla possibile candidatura a Palazzo d'Orleans in quota renziana di Roberto Lagalla, allora rettore a Palermo, già assessore cuffariano e pezzo pregiato del centrodestra che fu.

Sempre nel fratempo, Totò Cardinale, padre nobile della rottamazione isolana (tanto per dare un tocco di pirandellismo), attrezzava il suo gruppo parlamentare, prima Drs poi Sicilia futura, dichiaratamente “renziano”, dove finiva centrodestra a iosa: l'ex assessore forzista dei governi Cuffaro Michele Cimino, gli ex Mpa Nicola D'Agostino e Totò Lentini, l'ex miccicheiano Edy Tamaio, l'ex cuffariano doc Totò Cascio e via discorrendo. Tutti insieme appassionatamente in questa sorta di appendice pararenziana del Pd.

Ha cambiato pelle il Partito democratico. Passando dagli inciuci consociativi col centrodestra della scorsa legislatura, quella dei patti politici tra Lombardo, Lumia e Cracolici, all'acquisizione quasi in blocco del centrodestra stesso. “Anche in Sicilia il Pd è il partito di maggioranza e non il piccolo partito consociativo e del baratto che tanto faceva comodo ai suoi vecchi dirigenti politici”, rivendica oggi il renziano Giuseppe Bruno. L'apertura all'esterno ha consentito alle esili truppe di Faraone di rafforzarsi e potrebbe permettere adesso ai renziani di assumere il controllo del partito in Sicilia. Cosa che non fu possibile all'ultimo congresso, quando il sottosegretario dovette accettare un'alleanza contro natura con Crisafulli e Cracolici, sostenendo Raciti.

Cuffaro così diventa un pretesto in un tardivo e fintamente stupito dibattito sul trasformismo che in realtà cela l'eterno scontro tra i renziani che cercano di azzerare la minoranza (e in Sicilia lo fanno proprio arruolando il centrodestra) e la minoranza per lo più ex diesse che resiste e contrattacca. Non a caso nel dibattito continuano a farsi sentire pezzi grossi del partito nazionale. “Il Pd non è un partito di potere buono per tutti gli usi. Non siamo un porto in cui può sbarcare chiunque", attacca oggi Pierluigi Bersani. “Noi rischiamo di perdere molti dei nostri amici e compagni che alla luce di questa mutazione genetica non riterrebbero più il Pd come un partito affidabile. Diciamo e diremo, a tutti i livelli, che questa deriva deve essere fermata”, insiste Zoggia. Ed Enrico Rossi, presidente della Toscana: "Dico a Renzi, attenzione perché può essere davvero una cosa che ci fa perdere a sinistra, apre praterie per il populismo per forze che non hanno a cuore i problemi del Paese e soprattutto dei ceti popolari". Insomma, l'eccesso di trasformismo può fare il gioco delle opposizioni, ammonisce Rossi. Il Pd siciliano sembra aver trovato la contromisura: mettere dentro le opposizioni tutte.