Live Sicilia

i ripensamenti del governatore

Termovalorizzatori, Muos, giunta
Gli irresistibili "no" di Crocetta


Articolo letto 5.307 volte
VOTA
3/5
2 voti

, Politica
PALERMO - Quando dice "no" non è mai davvero "no". Perché a guardare bene, dall'ultimo caso dei termovalorizzatori fino a giungere, a ritroso, alle promesse della campagna elettorale, i veti sollevati dal presidente della Regione non sono mai apparsi così irresistibili. Lo ha ribadito anche due giorni fa, la vicepresidente Mariella Lo Bello: "Noi siamo da sempre contrari ai termovalorizzatori. Però…". C'è sempre un però. Dagli inceneritori al Muos, passando per le vicende della sua giunta, infatti, Crocetta ha sacrificato i suoi "no" sull'altare di Roma, o su quello della realpolitik.

"Un abuso", così il governatore aveva definito la scelta calata dalla Capitale di piazzare due mega-termovalorizzatori nell'Isola. La protesta veemente di Crocetta, però, due settimane dopo si è tradotta in un parere favorevole allo schema di decreto di Renzi. Cosa è cambiato? Che fine ha fatto l'orgogliosa indignazione del presidente? Semplice, è finita annacquata in una parolina: "Almeno". Cioè "almeno due termovalorizzatori". Un passaggio che aprirebbe alla possibilità di costruirne sei più piccoli, in giro per la Sicilia. Come vorrebbe il governo Crocetta. Ma solo negli ultimi tempi. Perché, come ricorda bene la Lo Bello, in campagna elettorale Crocetta aveva puntato alle energie rinnovabili, alla differenziata al cento per cento. E aveva detto no a quegli impianti che in passato avevano puzzato di intrallazzi e affari. Un tema tirato fuori da Crocetta, ad esempio, anche in occasione di una invettiva contro l'allora sfidante Nello Musumeci (parole che gli fecero guadagnare un rinvio a giudizio per diffamazione), e al punto da mettersi di traverso, almeno a parole, di fronte a una transazione milionaria con i privati ai quali Lombardo stoppò il mega investimento deciso dal precursore Cuffaro. "No", i termovalorizzatori non erano buoni. Erano sporchi e cattivi. Adesso, il presidente ha cambiato idea. E ha trasformato tutto in una semplice questione di numero e dimensioni.

E non è la prima volta. Circa un anno fa, ad esempio, decine di persone si piazzarono sotto Palazzo dei Normanni: "Crocetta è venuto a prendere da noi i voti con quella promessa, che adesso non vuole rispettare" protestavano. Quella gente arrivava da Niscemi. E aveva creduto all'incrollabile "no" di Crocetta al Muos, il sistema radar americano che per diversi studiosi è potenzialmente pericoloso per la salute dei cittadini. E per una volta, sembrò che a quel "no" seguisse davvero un "no". Arrivò infatti una revoca alle autorizzazioni, come primo atto ufficiale della giunta. Poi, anche quel "no" diventò un "sì". Del resto, gli americani lo volevano, l'Istituto superiore di Sanità aveva detto che tutto sommato… Erano i giorni in cui Crocetta affermava che qualcuno volesse fargli fare "la fine di Mattei". Insomma, per farla breve, anche quel "no" si tramutò in un "sì": cioè nella revoca della revoca che sembrava riaprire ai lavori del Muos. Per fortuna, come hanno spiegato i giudici amministrativi, il governo sbagliò tecnicamente quell'atto: e così, rimase viva la prima revoca. Insomma, alla fine il "no" rimase "no" solo per sbaglio.

Certo, a volte sembra che si mettano anche d'impegno per rendere quantomeno "discutibili" i categorici "no" del presidente. È il caso dell'Eolico, ad esempio, contro cui Crocetta lanciò una crociata anti-mafia. Attorno alle pale c'erano gli interessi di Cosa nostra. Peccato che un giorno il governo si accorse che le cosiddette "conferenze di servizio" necessarie per fare ripartire i progetti per la costruzione dei nuovi impianti erano regolarmente fissate. Una decisione che innescò una serie di accuse incrociate: Cracolici contro l'allora assessore Marino che aveva a sua volta attaccato il Pd, il presidente che cercò di mediare, mentre alla fine si trovò un comodo capro espiatorio: il dirigente generale Maurizio Pirillo. Quindi, il solito compromesso, assai simile alla parolina "almeno" sul decreto per i termovalorizzatori. Il "no" di Crocetta all'Eolico si trasformò in un "sì condizionato": gli impianti si faranno, ma solo nelle zone indicate dalla Regione.

Ma dove gli incrollabili "no" di Crocetta hanno mostrato le maggiori fragilità è nella gestione della giunta di governo. Nella scelta dell'identikit del suo esecutivo. Eppure era sembrato chiaro, il presidente Crocetta. A più riprese. A cominciare dal primo "no" urlato ai suoi alleati: "Nessun parlamentare farà parte del mio governo". Nessuno. E per un po' quel "no" aveva resistito. Fino a quando la popolarità, la solidità, la credibilità del presidente, progressivamente calata aveva raggiunto livelli preoccupanti persino per la prosecuzione della legislatura. Erano i giorni dell'addio di Lucia Borsellino. Quello arrivato per "ragioni di ordine etico e morale". E così, Crocetta fu messo all'angolo dal Pd. E mise in cantina anche quel "no". Ecco Baldo Gucciardi, capogruppo del Pd a Sala d'Ercole, in giunta. Sarà solo il Cavallo di Troia che porterà un po' di Assemblea regionale a Palazzo d'Orleans, tramite il rimpasto che darà vita al governo più politico della legislatura. Quello composto dai vari Cracolici, Barbagallo, Micciché. E quello "benedetto" da un partito che svela l'ennesimo "no" di Crocetta presto smentito dai fatti. Perché per il governatore, l"Ncd di Alfano altro non era se non il partito di "Mafia capitale". "Vedete con chi volevano farmi alleare?" protestò Crocetta pochi giorni dopo le notizie che tiravano in ballo nell'inchiesta sul Cara di Mineo anche qualche big siciliano del partito.

Ma quel veto crollerà presto. Anche questa volta attraverso un compromesso, un alibi. Quello del "tecnico" Carlo Vermiglio. Un assessore che per qualche giorno apparve orfano di padre politico. Una paternità invece ben presto chiara a tutti. Sì, il padre politico del nuovo assessore ai Beni culturali era proprio il partito che per Crocetta rappresentava "Mafia Capitale". E del resto, che quel "no" ribadito per mesi in lungo e in largo avesse un valore assai relativo era già chiaro di fronte alla scelta stessa di operare un rimpasto che nessuno aveva capito. Già un anno prima, infatti, in occasione della formazione di quella che fu indicata come la "giunta di altro profilo" (quella, per intenderci, con i vari Purpura, Caruso, Li Calzi, Pizzo) Crocetta era apparso categorico: "Da adesso in poi, basta con i rimpasti. Non mi venga chiesto di farne un altro tra un anno".

Ovviamente accadde proprio quello che il presidente aveva escluso. E non era la prima volta. Ogni rimpasto portava con sé il "no" a quello successivo. Che invece sarebbe arrivato puntualmente. Anche a costo di far crollare qualche altro veto di Crocetta. Come quello che il presidente aveva alzato contro le esperienze di governo precedente: "Nessuno pensi di riportare nel mio governo gente che ha assunto ruoli di primo piano nel passato". Pochi mesi dopo, nella giunta del cambiamento, arrivò Giovanni Pistorio, ex braccio destro di Lombardo, ex assessore di Cuffaro. Poco prima, invece, un altro rimpasto aveva fatto cadere anche lo scudo che Crocetta aveva posto di fronte a qualche fedelissimo in giunta. Fu il caso di Nelli Scilabra: "Lei rappresenta il cambiamento nella Formazione. Nessuno pensi di far fuori Nelli". E infatti Nelli, poche ore dopo, fu messa alla porta. Adesso a guidare la Formazione è Bruno Marziano: un deputato, gradito a Mirello Crisafulli, in un governo con Pistorio e il Nuovo centrodestra. Perché quando il presidente dice "no", è "no".