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Dal 'Foglio'

Se una toga si innamora...
Rapporto sui giudici passionisti


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I passionisti della magistratura sono fedelissimi uomini delle istituzioni, certamente devoti alla legge, che giorno dopo giorno si affannano per dimostrare una tesi magari improbabile, o per colpire una responsabilità politica che a loro sembra evidente e che forse tanto evidente non è. Dal Foglio.

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Chiunque abbia memoria del palazzo di giustizia di Palermo ricorderà di sicuro la passione con la quale il sostituto procuratore della Repubblica, Roberto Scarpinato, ha speso i suoi anni migliori per ricostruire i fili – sempre più evanescenti, sempre più ingarbugliati – degli scellerati “sistemi criminali”: un calderone micidiale dentro il quale Scarpinato, doverosamente iscritto alla legion d’onore dei “magistrati coraggiosi”, riversava sospetti e note riservate su uomini e tresche che, a suo avviso, puntualmente aggredivano la nostra fragilissima democrazia. Oggi di quella portentosa inchiesta restano solo labili tracce, bagliori vecchi e tramontati. E la cronaca giudiziaria difficilmente riuscirà a stabilire quali risultati abbiano prodotto, sul piano processuale, tutte quelle carte e tutti quei sudori. Ma a che servirebbe? Un magistrato non è un ragioniere del catasto né delle imposte e la Giustizia, intesa come categoria dello spirito, porta sempre con sé una componente d’amore e di mistero: la fede, ricorda San Paolo, è sostanza di cose non viste e di cose sperate.

No, la mistica del risultato non è roba da applicare alle procure. E lo dimostra il fatto che, al fianco di una stragrande maggioranza di pubblici ministeri sostanzialmente legati all’ordinaria amministrazione cresce una corrente di magistrati sempre più catturati da una punta di zelo o da una nobile causa o da una verità spesso così lontana da non potere essere mai dimostrata.

E’ la corrente dei passionisti. Nulla a che vedere ovviamente con la congregazione di quei bravi confratelli che, vestiti da una tunica portano attaccato al petto un cuore nero perfilato d’argento e sovrastato da una croce. No, i passionisti della magistratura sono fedelissimi uomini delle istituzioni, certamente devoti alla legge, che giorno dopo giorno si affannano per dimostrare una tesi magari improbabile, o per colpire una responsabilità politica che a loro sembra evidente e che forse tanto evidente non è, o per affermare un principio morale che a loro appare sacrosanto e invece non c’entra niente con il reato, il cui accertamento resta comunque il fine ultimo di ogni azione penale perché ciò che non è reato è chiacchiera e sulla chiacchiera difficilmente si possono costruire i processi. Ma questo per i passionisti non sempre è un problema.

Se l’inchiesta evapora e non ci sono i presupposti per sottoporre reati e imputati al giudizio di un tribunale, il magistrato che l’ha coltivata con tanta amorevolezza potrà sempre scriverci sopra un libro: si troverà facilmente un giornalista pronto a mettere in bella scrittura un faldone di atti giudiziari e ricavarci pure un bestseller, le librerie ne sono piene; oppure potrà intraprendere un lungo e infinito tour per scuole, circoli e teatri di tutte le città d’Italia con i preciso scopo di predicare alle giovani generazioni e, più in generale, alla società civile valori come l’antimafia o la legalità, e acquisire così la benemerenza di avere contribuito a costruire una democrazia più equa e trasparente, senza opacità e senza timidezza, senza devianze né regie occulte. Altro che la miseria di una sentenza di colpevolezza a carico di questo o di quell’altro delinquentello: simili traguardi lasciamoli ai giochini quotidiani di un avvocaticchio o alla giostra delle giurie popolari. I passionisti, con le loro toghe alate e incontaminate, volano alto nei cieli ambiziosi della virtù, solcano gli orizzonti inesplorati del bene comune e non c’è capo dell’ufficio che possa mai richiamarli alla concretezza o all’osservanza di un orario di lavoro: perché loro non esercitano una professione ma una missione. “Exurge Domine et judica causam tuam”, è l’ammonimento del salmo.

Certo, ogni tanto – ma solo ogni tanto – da quelle altezze si può anche precipitare e finire di colpo tra le spire di un procedimento disciplinare davanti al Consiglio superiore della magistratura. E’ successo a Gianfranco Donadio, ex sostituto della procura nazionale antimafia, che tra il 2009 e il 2013 sarà stato colto da “serafico ardore” – Dieu donné, recita non a caso il suo nome – e si è messo in testa di scavalcare le cinque procure che già si occupavano di quella materia incandescente per trovare una verità nuova e definitiva sulle terribili stragi di mafia che nel 1992 insanguinarono e terrorizzarono l’intero Paese, da Palermo a Firenze da Roma a Milano.

Di fatto, e per quattro anni, Donadio ha svolto indagini “parallele” senza mai incontrare sulla sua strada qualcuno che gli chiedesse conto e ragione delle sue incursioni o dei suoi straripamenti: ha setacciato carceri e uffici giudiziari, ha interrogato pentiti e inquisiti, ha riascoltato testimoni che già erano stati regolarmente sentiti e verbalizzati dai suoi colleghi. Non solo. Travolto da un così pungente amore per il suo lavoro e da una così ardente passione per la verità, il magistrato Dieu donné ha inoltrato più di 600 richieste di informazioni alla polizia giudiziaria e per 119 volte ha utilizzato la delicatissima procedura dei colloqui investigativi nei confronti di persone già sottoposte a indagini, fra i quali 56 collaboratori di giustizia. Una interferenza al limite del depistaggio, per quanto involontario: questo ha sostenuto la procura generale della Cassazione chiedendo alla “disciplinare” del Csm di prendere le necessarie determinazioni. Perché Donadio, secondo l’atto d’accusa, non avrebbe rispettato la norma che impone alle toghe di esercitare le funzioni “con correttezza, diligenza ed equilibrio”. Ma quale magistrato riuscirà mai a conciliare la passione con l’equilibrio, o l’ardore con la diligenza, il teorema con la correttezza?

Nei palazzi di giustizia, e in particolare negli uffici inquirenti, non c’è mai nessuno che tenti di tracciare un confine tra impegno civile e rigore giudiziario. E, a parte il caso Donadio, il resto della storia insegna che il Csm raramente provi una qualche intolleranza per i magistrati votati alle sacre battaglie. Conseguentemente tra quelle stanze e lungo quei corridoi i passionisti coltivano senza ostacoli e senza inibizione ogni loro idea e ogni loro predicazione: c’è il passionista dell’ambientalismo, come il procuratore di Savona, Francantonio Granero, cinquant’anni di carriera molti dei quali passati a picchiare duro e con prove molto contraddittorie sulla Tirreno Power, la centrale termoelettrica di Vado Ligure, fino al sequestro degli impianti e la cassa integrazione per gli operai; ci sono i passionisti della fantomatica Trattativa tra stato e mafia che vanno in giro tutto l’anno a raccogliere cittadinanze onorarie e a ribadire, urbi et orbi, che c’è del marcio nelle nostre istituzioni, dal Quirinale all’ultimo commissariato di polizia; e ci sono pure i passionisti del proprio narcisismo come quel giudice istruttore di Catania che per cinque volte cinque ha respinto, su una indagine di quattro lire, la richiesta di archiviazione avanzata cinque volte cinque dalla procura.

E poi dicono che la giustizia è lenta. E poi dicono che i processi cadono in prescrizione. E poi dicono, perché lo diceva quel divertentissimo profeta di nome Isaia, che “dopo interminabili doglie abbiamo partorito soltanto vento”.