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Così Umberto Eco
mi ha cambiato la vita


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, Le firme, Le idee
I primi di novembre del 1980, com’era solito fare dai tempi del Gruppo ’63, delle Settimane di Nuova Musica e del Circolo semiologico siciliano, Umberto Eco sbarca a Palermo. Al mattino presso la Facoltà di Lettere inaugura un ricco convegno di semiotica con una relazione sulla storia del segno nella cultura occidentale dai presocratici, via Platone e Agostino, sino a Kant, Peirce e Saussure. La nozione di segno, spiega, è rivoluzionaria; tant’è che è stata puntualmente rimossa dalle istituzioni del pensiero, così come la donna, l’altro, l’omosessuale son stati a lungo cancellati dalla sfera sociale. Al pomeriggio, credo con Nino Buttitta, presso la libreria Flaccovio presenta Il nome della rosa fresco di stampa. Il Medioevo non è epoca buia ma ricchissima, nella quale è possibile ambientare un romanzo poliziesco dove un monaco cieco brucia un’intera biblioteca pur non far leggere al mondo intero le teorie aristoteliche sul comico. Una risata potrebbe seppellire l’intransigenza religiosa.

Io frequentavo il terzo anno di Filosofia, seguivo regolarmente i suoi articoli sull’Espresso, avevo letto Opera aperta per non so quale programma d’esame, e ogni volta che aprivo il Trattato di semiotica generale, da molti mesi sulla scrivania, credevo di capirci qualcosa di più. Ma quella era la prima volta che lo ascoltavo in pubblico. E adesso che non c’è più – mannaggia – capisco quanto quella giornata avesse segnato la mia maniera di pensare e di scrivere, di lavorare, di provare a capire la realtà, dunque il mio carattere, la mia vita. Un’ipersofisticata trattazione filosofica sulla genealogia del segno dai risvolti politici poteva andare di pari passo con un romanzo avvincente e profondissimo. Guardavo da lontano quel personaggio geniale, lucidissimo e divertente, grande oratore oltre che grande saggista, e, credo, fu allora che capii che cos’era la semiotica, o quanto meno che cosa sarebbe stata per me: un paio d’occhiali per guardare di sbieco al mondo, decostruirlo senza distruggerlo, dubitarne senza polverizzarlo.

Il resto è biografia. Quando anni dopo mi chiese di dargli del tu, leggendo le mie prime cose con impressionante pignoleria, inviandomi lunghi fax con critiche spietate e barzellette a contorno, credevo d’avercela fatta. Avevo imparato che il rigore non implica la noia, che lo studio è un modo per resistere alla stupidità del potere, che nel linguaggio si cela una libertà che è rispetto delle regole. Riuscire a schivare il ricatto che oppone apocalittici a integrati è prendere sul serio il paradosso di quei matti degli stoici: non esistono cause ma solo effetti; non ci sono sostanze ma solo forme. Adesso che, come direbbe il Poeta Celentano, la situazione non è buona, che stiamo tornando indietro – come lui comprese presto –  a passo di gambero, culturalmente come politicamente, filosoficamente come letterariamente, la sua assenza sarà ancora più dura. Dovremo raccogliere un’eredità difficile, ma più che mai necessaria.

Ciao Umberto, e grazie d’esserci stato: quel giorno per me, tutti gli altri per tutti gli altri.