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Il Papa e la lotta alla droga
Cinque mosse contro i narcos


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, Le firme, Le idee
Beppe Lumia

Il viaggio di Francesco in Messico ha riportato sotto i riflettori la sfida da vincere contro i trafficanti. Serve una riflessione adeguata, anche sul versante dell'antimafia.

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Il viaggio del Papa in Messico non può essere archiviato dentro la sua già rilevantissima attività pastorale e religiosa. Il cuore della maggior parte dei suoi interventi in terra messicana è stato quello della lotta al narcotraffico.

Ormai ci siamo assuefatti al fenomeno della produzione e dell’utilizzo della cocaina. Da tempo non c’è una riflessione adeguata, anche sul versante della stessa antimafia. Proviamo a declinare su questo versante la sfida che il Papa ha lanciato a quei Paesi e al mondo intero. Innanzitutto, è bene sottolineare le parole del Papa quanto spiega come la cocaina sia entrata nella vita sociale non solo del popolo messicano, ma di molte realtà del Centro e del Sud America. La cocaina, addirittura, viene elevata a divinità, entra nel sincretismo religioso, crea comportamenti e modelli di vita, diventa una sorta di marchio identitario, perché produce orientamenti culturali e alimenta economicamente la vita quotidiana di milioni di persone, che diversamente vivrebbero in condizioni di povertà estrema.

La cocaina è la materia prima per i grandi cartelli che sono delle vere e proprie holding, multinazionali capaci di produrre ricchezze da capogiro, di pesare nel mercato finanziario e internazionale e di inquinare la stessa economia legale.

La cocaina ha anche un risvolto più direttamente politico, perché grazie al consenso sociale ed elettorale che smuove, grazie anche all’economia che attiva è in grado di condizionare la formazione delle classi dirigenti e la vita democratica dei Paesi, trasformando alcuni di essi in Stati-Mafia.

Quella al narcotraffico è pertanto una sfida sistemica che ha bisogno di fare un salto di qualità altrettanto sistemico e integrato, con una progettualità costante, quotidiana, minuziosa, verificata e rilanciata continuamente.

Alcune scelte non sono più rinviabili.
La prima opzione è quella di chiamare in causa l’Onu. Si era partiti bene con la Convenzione di Palermo del dicembre del 2000. Si erano buttate le basi per comprendere che la lotta alle mafie e al narcotraffico richiede un impegno a livello internazionale. I sostanza, a mafie globali bisogna rispondere con antimafie altrettanto globali. Si era iniziato a fare un buon lavoro in Colombia, Messico, Bolivia, Perù … . Adesso mi sembra che ci sia una stasi, per cui in virtù della sfida lanciata dal Papa bisogna riprenderne il filo ed evitare di lavorare solo sulle emergenze o per episodi. Come la lotta al terrorismo è una priorità da non sottovalutare così la lotta al narcotraffico deve acquisire una sua centralità, investendo risorse e chiamando a raccolta tutta la forza e l’energia di cui l’Onu dispone o può disporre.

La seconda scelta è quella di colpire i santuari finanziari. Quei “provider” in grado di movimentare ingenti quantità di risorse in pochi secondi dal Messico e dalla Colombia ai paradisi fiscali della finanza europea e mediorientale. Il riciclaggio, poi, alimenta le stesse mafie e i vari terrorismi. Si tratta di un aspetto sottovalutato al punto tale che se dovessimo guardare il nostro Paese conteremmo sulle dita di una mano le attività investigative e gli striminziti risultati ottenuti. Per colpire il riciclaggio bisogna regolare i flussi finanziari, farla finita realmente con le zone grigie della finanza e dotarsi di regole che sono in grado di portare trasparenza, come la tracciabilità dei flussi economici e commerciali. La stessa Onu dovrebbe dotarsi di un apparato investigativo e di un autonomo potere di controllo in grado di mettere sotto osservazione tutti i santuari della finanza e così aggredire, finalmente, sul piano globale il fenomeno del riciclaggio.

L’Italia ha imparato molto nella lotta all’aggressione ai patrimoni mafiosi, ma i migliori magistrati e investigatori sanno che solo con il contrasto al riciclaggio internazionale si fa un vero salto di qualità. Sapete perché la ‘Ndrangheta è così forte in Italia e nel mondo come lo è stato per decenni Cosa nostra? Perché è in grado di fornire un vasto mercato ai cartelli del narcotraffico con una affidabilità assoluta nei pagamenti e nella gestione di enormi quantità di droga; perché è in grado di mantenere contatti in loco, nei Paesi di produzione della cocaina, prendendo addirittura in affitto le piantagioni. Nella mia lunga esperienza nell’antimafia, recandomi direttamente in Colombia e in Bolivia ho scoperto che la ‘Ndrangheta il vero salto di qualità l’ha però fatto fornendo ai cartelli un servizio speciale, ovvero il riciclaggio di denaro. La ‘Ndrangheta ne è capace perché ha fatto studiare i propri figli nelle migliori università e grazie a loro possiede una conoscenza ed una capacità tali da poter gestire in proprio questa complessa ed importante attività.

La terza scelta da fare è quella dell’armonizzazione della legislazione antidroga e antimafia nei vari Paesi, riprendendo il lavoro citato prima della Convenzione Onu di Palermo. Una magistratura internazionale globale e forze dell’ordine altrettanto globali, con norme Paese per Paese in grado di isolare i narcotrafficanti e colpirli al cuore sia sul versante militare, sia su quello economico finanziario, che su quello politico, attraverso il sequestro e la confisca dei loro ingenti patrimoni oltre che utilizzando il sistema del 41 bis (carcere duro) che da noi, tra mille difficoltà e contraddizioni, ha dato buoni risultati.

La quarta scelta è sociale e culturale. Ha fatto bene il Papa ad andare nelle città dei narcotrafficanti, laddove non esistono diritti ed un’economia sana. Bisogna, insomma, pensare a dei veri e propri Piani Marshall per quei Paesi oggi stretti nella morsa del peso sociale ed economico della cocaina. Puntare sui quartieri popolari, sulle scuole, sulle università … in modo anche qui non improvvisato ma sistemico, utilizzando la migliore esperienza delle Ong che hanno sperimentato sul campo efficacissimi metodi di lavoro.

La quinta scelta da fare è quella della responsabilizzazione degli Stati e delle democrazie. Bisogna individuare degli indici di trasparenza e di lotta alla corruzione a cui gli Stati si devono sottoporre, sotto l’egida dell’Onu, per eliminare quella collusione mafiosa e corruttiva che condiziona la raccolta del consenso democratico e la stessa vita democratica delle istituzioni, dai sindaci ai governi centrali.

Sarebbe opportuno riproporre a 16 anni di distanza dalla Convenzione di Palermo un nuovo appuntamento, magari di nuovo a Palermo per rimettere mano a quell’accordo e stavolta chiamare l’Onu ad un cammino progettuale, più stringente e costante.

Nello stesso tempo nel nostro Paese bisogna chiedere alla nostra diplomazia di chiarire il ruolo che ha avuto il boss Mancuso in Colombia, oggi collaboratore di giustizia negli Usa, per far luce su tutto il sistema che lui conosce bene e sui cui ho l’impressione non abbia fatto piena luce, in particolare per quanto riguarda la rete delle collusioni. Mentre non si hanno più notizie di un altro boss italiano in Bolivia, Deodato, un paramilitare di estrema destra che in quel Paese, grazie ai legami con i vecchi apparati dell’esercito e della politica, è riuscito a crearsi un sistema di narcotraffico devastante. Così pure bisogna aggiornare la mappa delle presenze in questi Paesi e soprattutto in Messico dove cresce il peso dei cartelli (Cartello Beltrán-Leyva, Familia Michoacana, Cartello del Golfo, Cartello di Juárez, Caballeros templarios, Los Negros, Cartello di Sinaloa, Cartello di Tijuana) e la loro capacità di condizionare tutti i livelli dell’economia e della democrazia.

Insomma, raccogliamo la sfida che ha lanciato Papa Francesco in Messico, traduciamola in progetto e agiamo prima che sia troppo tardi.