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IL CASO

Giudici in giacca e cravatta
Il diktat nel Palazzo dello scandalo


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Il Palazzo di giustizia di Palermo

Singolare circolare del presidente della sezione Gip del Tribunale di Palermo. "Niente abiti casual in aula, serve decoro". Che sia il simbolo di un nuovo corso dopo lo scandalo beni confiscati che ha travolto l'intero distretto giudiziario palermitano?

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PALERMO - Giudici al lavoro in giacca e cravatta. È una questione di “immagine, autorevolezza e prestigio della funzione”, recita la circolare firmata da Cesare Vincenti, presidente della sezione Gip del Tribunale di Palermo. Insomma, l'abito fa il monaco. Pardon, il giudice.

Fin qui la fredda cronaca che impone, però, un interrogativo. Dopo lo scandalo del caso Saguto (ci sono cinque magistrati indagati, a cominciare dall'ex presidente della sezione Misure di prevenzione) anche una cravatta può essere utile per recuperare la credibilità perduta in un Palazzo dove tantissime persone, magistrati inclusi, lavorano con dedizione? Sono stati il ministro della giustizia e il vice presidente del Csm a parlare, riferendosi all'inchiesta sulla gestione dei beni confiscati alla mafia, di “fatti di inaudita gravità e della necessità di “ripristinare il prestigio e l'autorevolezza dell'intero distretto giudiziario".

La circolare è stata spedita a tutti i magistrati dell'ufficio. L'incipit di Vincenti è “mi spiace dovere formulare raccomandazioni” sull'abbigliamento per partecipare alle udienze. Potrebbe sembrare una “questione marginale”, ma per Vincenti non lo è. Il problema si pone perché i giudici per le udienze preliminari, quelli che cioè decidono se mandare o meno sotto processo gli indagati e se condannarli o assolverli qualora gli imputati abbiano scelto di essere giudicati con il rito abbreviato, fa sì che il lavoro dei giudici si svolga in camera di consiglio. Dunque, senza indossare la toga. Ciò rende, scrive Vincenti, “stringente la necessità che lo steso adotti un abbigliamento adeguato al prestigio della funzione che si alimenta indiscutibilmente anche attraverso il dato esteriore dell'abito”.

Perché con un magistrato ci si relazione “prima di tutto attraverso il suo modo di presentarsi e poi attraverso il suo modo di gestire le attività di udienza”. Se l'avvocato per decoro è obbligato a vestire la toga in aula, non si comprende per quale ragione il giudice debba indossare abiti casual. Ed allora giacca e cravatta per lui e ”abbigliamento adeguato” per le signore. E già che ci siamo, conclude Vincenti, si indossi “tale abbigliamento” anche quando non ci sono udienze in calendario perché può sempre capitare di interloquire con gli avvocati.

Unica deroga: gli abiti informali sono ammessi solo nelle ore pomeridiane. La ragione è presto detta: nel pomeriggio il contatto con il pubblico è “ordinariamente escluso”. C'è da giurarci, la circolare farà discutere.