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Palermo - la sentenza

Il benzinaio ucciso, lacrime in aula
Di Fiore condannato a 30 anni


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, Cronaca
Mario Di Fiore e il luogo dell'omicidio

Quel “sono distrutto, non sapevo che avesse due figli” non ha inciso sulla decisione del giudice. Condannato l'ex imprenditore edile colpevole di avere assassinato Nicola Lombardo, impiegato in un distributore di benzina di piazza Lolli. Il pianto della vedova.

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PALERMO - La scelta del rito abbreviato gli ha evitato l'ergastolo. Non di certo il suo pentimento. Quel “sono distrutto, non sapevo che avesse due figli” non ha inciso sulla decisione del giudice che ha condannato a trent'anni Mario Di Fiore, colpevole di avere assassinato Nicola Lombardo, impiegato in un distributore di benzina di piazza Lolli.

La moglie della vittima, Loredana Sarullo, e l'assassino si guardano in aula sulla prima della lettura del dispositivo. La donna indossa una maglietta con la scritta "giustizia per Nicola". Quando arriva la condanna, scoppia in lacrime. Rivive la tragedia di vedova, ma anche di donna rimasta sola, senza lavoro e con due figli fa crescere. "Siamo di fronte ad un dramma umano - spiega l'avvocato di parte civile, Fabio Lanfranca -. Drammatico lo è per le conseguenze, ma anche per la terribile considerazione che la furia cieca che ha ucciso un onesto lavoratore poteva colpire chiunque di noi" .

Le motivazioni chiariranno perché non è stata accolta la richiesta del pubblico ministero - ergastolo - ma ha retto la ricostruzione del pm Ennio Petrigni e degli investigatori della Squadra mobile di quel folle pomeriggio del giugno scorso. La cronaca inizia intorno alle 15. Una Fiat Punto grigia arriva alla pompa di benzina. Al volante c'è Di Fiore, 63 anni, piccolo imprenditore edile, messo in ginocchio dalla crisi. Abita a Brancaccio, ma sta andando a casa della figlia che vive in zona. E decide di fare benzina. Nicola Lombardo Lombardo fa il pieno. Il conto viene 68 euro. Troppi, secondo Di Fiore che di solito di euro dice di pagarne al massimo 61. E così scende a controllare la colonnina. "Sessantotto euro, non ho un camion”; “Mi dia i soldi, devo guadagnarmi il pane”; “No, i piccioli stavolta me li dai tu”. Tutto questo lo racconterà lo stesso Di Fiore davanti ai poliziotti. Scende dalla macchina e spara un colpo che raggiunge Lombardo alla milza (l'omicida dirà che il benzinaio ha provato ad aggredirlo, una tesi che cozza con il fatto che il proiettile ha centrato la vittima mentre era quasi girato di spalle).

Di Fiore risale e in macchina e va via. Arrivano i soccorsi e Lombardo fa in tempo a dire che a sparargli è stato un uomo di circa sessantanni, con i baffi. E comincia il difficile lavoro degli agenti guidati dal questore Guido Longo e dal capo della Mobile, Rodolfo Ruperti. Sono in contatto con il pubblico ministero Ennio Petrigni e con il procuratore Francesco Lo Voi che prende in mano il caso. Si parte da un frammento di targa ripreso dalla telecamera di un negozio vicino e dalla testimonianza di un passante che ha confermato di avere visto una macchina di colore scuro allontanarsi.

Gli agenti della terza e della sesta sezione della Mobile analizzano quindici mila targhe di automobili. Praticamente, fanno il giro di mezza Italia. Poi, la svolta: ecco che viene individuata la macchina di Di Fiore. Ha 63 anni e porta i baffi. Non c'è alcun elemento che lo leghi al benzinaio. La figlia, però, abita poco distanza da piazza Lolli. L'imprenditore viene rintracciato. Si trova nello studio di un geometra e, dice ai poliziotti, se possono aspettare qualche minuto. Il tempo di firmare un atto. Quindi, lo mettono alle strette. All'inizio si trincera dietro il silenzio. Infine, capisce di non avere via di scampo. “Sono stato io. La benzina era cara. Speravo che non mi rintracciaste, ma vi stavo aspettando. Ho pianto appena ho saputo dal giornale che il benzinaio aveva due figli”. La confessione non basta. Serve anche l'arma del delitto. Di Fiore indica agli uomini guidati dal capo della Sezione omicidi Carmine Mosca il luogo dove la conserva. È in garage assieme ad altre armi, un fucile da caccia e una calibro 357. Sono regolarmente denunciate, a differenza della 7.65 che ha ucciso Lombardo, nel frattempo deceduto all'ospedale Civico. “L'ho trovata alcuni anni fa. La porto sempre con me perché ho paura”, spiega Di Fiore collegando la scelta di andare in giro armato alle due rapine subite quando ancora c'erano le lire.

E così si arriva all'udienza in cui il pm chiede il massimo della pena a causa dell'aggravante dei futili motivi. La figura dell'uomo “distrutto” fa a pugni con la ricostruzione fatta dagli investigatori e ricordata in aula dall'avvocato Lanfranca: “Si tratta di un uomo che spara, lascia la vittima per terra sanguinante, nasconde l'arma a Ficarazzi, all'indomani prosegue la sua vita come se nulla fosse accaduto, va a pranzo con la moglie e a messa, senza mai pensare di costituirsi. Sì, ci sono delle persone certamente distrutte e sono la moglie e i figli della povera vittima, rimasti da soli”.