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IL CASO

Tecnis e il modello Saguto
Rischio stop per gli appalti


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I sospetti di mafiosità portano al sequestro del colosso catanese con ramificazioni in tutto il mondo. Lo prevede la legge. La stessa legge che attiva il meccanismo dell'amministrazione giudiziaria. E' qui che la faccenda si fa delicatissima.

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PALERMO - Ci risiamo. La sezione Misure di prevenzione di un Tribunale siciliano, stavolta è quello di Catania, irrompe nel tessuto economico dell'Isola. I sospetti di mafiosità portano al sequestro di Tecnis e Cogip, le principali imprese del Sud Italia, colossi catanesi con ramificazioni in tutto il mondo. Lo prevede la legge. La stessa legge che attiva il meccanismo dell'amministrazione giudiziaria. E' qui che la faccenda si fa delicatissima.

L'inchiesta della Procura di Caltanissetta sul caso Saguto, l'ex presidente delle misure di prevenzione di Palermo, ha scoperchiato il pentolone maleodorante della gestione dei beni tolti ai boss e agli imprenditori considerati in combutta con essi. In nome della legalità sarebbe stato costruito un circuito di incarichi, parcelle e favori. È passato in secondo piano, a volere essere magnanimi, l'obiettivo supremo di proseguire nel miglior modo possibile l'attività dell'impresa sequestrata, affidandola ad un amministratore. Ed invece il nodo cruciale è proprio questo. Prendiamo il caso di Tecnis che gestisce commesse pubbliche in mezza Sicilia. Appalti che devono proseguire nell'interesse della collettività. Servono le giuste capacità imprenditoriali per mandare avanti la baracca ed evitare di ritrovarsi di fronte a grandi incompiute. Nel caso di Tecnis, per la verità, serve qualcosa di più. L'azione della magistratura si innesta, infatti, in una vicenda già di per sé complessa. Sull'impresa pesano un centinaio di milioni di euro di debiti certificati, ma potrebbero essere molti di più, stipendi non pagati da mesi ai mille dipendenti e oltre venti milioni di contenzioso con l'erario, e cioè con lo Stato in nome e per conto del quale ora qualcuno dovrà guidare l'impresa sotto la vigilanza della magistratura. Potremmo dire che lo Stato amministrerà il debito Tecnis che contemporaneamente è anche un suo credito. Nei mesi scorsi Tecnis aveva ritirato il piano di ristrutturazione del debito, decidendo di mettere in vendita l'azienda.

La patata bollente passa ora all'amministratore giudiziario Saverio Ruperto che siamo certi, caso Saguto docet, non si limiterà soltanto ad attivare un giro di consulenze, ma proverà a salvare il salvabile. Con quali mezzi?

Sull'onda dello scandalo che ha travolto il Palazzo di giustizia di Palermo sono state approvate alla Camera e ora sono all'esame del Senato le modifiche al codice antimafia. Ecco le principali: più poteri all'Agenzia per i beni sequestrati che si occuperà dell'amministrazione dei patrimoni dopo la confisca di secondo grado; norme stringenti per gli amministratori giudiziari, che non potranno avere più di 3 incarichi e non potranno essere parenti fino al quarto grado, ma neppure conviventi o "commensali abituali" del magistrato che conferisce l'incarico; sequestri e confische previsti anche a chi favorisce i latitanti, commette reati contro la pubblica amministrazione o si macchi del delitto di caporalato; istituzione di un Fondo di garanzia per sostenere le aziende sequestrate. Un nodo decisivo quest'ultimo, visto che le imprese sequestrate muoiono non solo per l'incapacità degli amministratori, ma pure per l'impossibilità di stare sul mercato. Portare un'azienda nella legalità spesso significa assumere personale che prima lavorava - e pure senza fiatare - in nero, vedersi chiudere le linee di credito da parte delle banche che si fanno attente mentre prima apparivano distratte, rispettare le stringenti normative sulla sicurezza e via dicendo. Un balzello che fa dello Stato un socio spesso sconveniente.

Ci si è accorti che il sistema, così come finora pensato, scricchiola. Sono passati tre decenni dal settembre del 1982 quando entrò in vigore la legge Rognoni - La Torre. Accanto alle misure di prevenzione personali - ad esempio la sorveglianza speciale - venivano introdotte quelle di carattere patrimoniale, e cioè il sequestro e la confisca dei beni. L'obiettivo era togliere la forza economica ai clan e a chi aveva fatto affari con essi. Nel mirino finiva la cosiddetta imprenditoria mafiosa. Presupposto della misura di prevenzione patrimoniale era la pericolosità sociale del soggetto. Il paletto decisivo lo piantò la Corte costituzionale, la quale stabilì che non serve “la prova di un reato di cui il soggetto è ritenuto responsabile, bensì il riconoscimento sulla base di indizi di una pericolosità sociale particolarmente qualificata, intesa come probabilità di commissione di ulteriori reati”. Bastano cioè gli indizi di appartenenza all'associazione criminale.

Nel 2008, una nuova svolta. Fino ad allora una misura di prevenzione patrimoniale era subordinata all'applicazione di quella personale. Bisognava cioè dimostrare l'attualità della pericolosità di chi era accusato di appartenere ad un'associazione mafiosa. Il sistema mostrò due limiti: l'impossibilità, in caso di morte del soggetto sottoposto a misura di prevenzione, di proseguire il procedimento nei confronti degli eredi e lo stop del procedimento qualora fosse venuta meno l'attualità della pericolosità sociale. E così si decise di svincolare le misure di prevenzioni personali da quelle patrimoniali. Da qui il doppio binario che si è spesso registrato in questi anni. Le prove possono non bastare per condannare una persona, ma risultare sufficienti per colpirne il patrimonio.

Sono il procuratore della Repubblica, il questore o il direttore della Direzione investigativa antimafia ad avviare le indagini che analizzano il tenore di vita, le disponibilità finanziarie, il patrimonio e l'attività economica del soggetto. Qualora dovessero emergere incongruenze - come la sproporzioni fra redditi dichiarati e investimenti e tenore di vita - viene proposta la misura di prevenzione ai Tribunali. E qui entra in gioco la sezione Misure di prevenzione che può emettere dei provvedimenti cautelari: il sequestro preventivo finalizzato alla confisca o la sospensione temporanea dell'amministrazione dei beni. Il primo provvedimento presuppone la pericolosità sociale, il secondo no.

Una volta deciso il sequestro, il Tribunale nomina il giudice delegato e l'amministratore a cui viene affidata la gestione dei beni con il compito di mantenere intatto il patrimonio a garanzia di un'eventuale restituzione al proprietario oppure di una confisca definitiva. Ed inizia il processo nel corso del quale si inverte di fatto l'onere della prova: è l'indagato che deve dimostrare la provenienza lecita dei suoi beni (circostanza che, secondo una dibattuta questione giuridica, avrebbe profili di incostituzionalità). Nel frattempo, il Tribunale procede alla nomina fiduciaria di un amministratore. Ed è nella fiducia che si sarebbero annidate le irregolarità scoperchiate dai finanzieri della Polizia Tributaria di Palermo, delegati dai pm di Caltanissetta. E siamo tornati al presunto giro di parcelle e favori che avrebbe messo in secondo piano l'obiettivo primario della salvaguardia del bene.