Live Sicilia

IL CASO

Fuori dal programma di protezione
Il pentito che ha tradito lo Stato


Articolo letto 23.584 volte
agrigento, boss, mafia, palermo, pasquale salemi, pentito, porto empedocle, programma protezione, Agrigento, Cronaca
Foto d'archivio

Dai rapporti con le donne agli altri collaboratori di giustizia "da vendere": ecco chi e perché non gode più della protezione.

VOTA
2.5/5
13 voti

PALERMO - Parlava di pentiti “da vendere” e di donne da fare entrare, come se fosse un ufficio di collocamento, nel programma di protezione. Lo stesso programma al quale Pasquale Salemi ha cercato di farsi riammettere. Per il primo grande pentito della mafia di Porto Empedocle, patria di pezzi grossi della mafia agrigentina, non c'è più spazio sotto la protezione dello Stato. Ne ha tradito la fiducia e lo Stato, il 12 novembre scorso, gli ha riposto picche.

Le colpe di cui si è macchiato Salemi sono gravi. Le scopriamo solo ora leggendo la documentazione del ministero dell'Interno. Salemi parlava con una donna - già condannata per rapina, truffa e falso -, la invitava a raggiungerlo nella località segreta dove viveva. Doveva portare un computer per farle vedere quanti collaboratori “ci sono ancora da vendere”. E l'amica rispondeva che le interessavano “solo quelli che valgono soldi ancora”. Ed ancora l'ex pentito era a caccia di “donne bisognose di denaro”. Sarebbe stato facile spacciarle per sue conviventi in modo da farle entrare nel programma di protezione e spartirsi la torta dei benefici economici”. Salemi continuava a mantenere contatti con persone di Porto Empedocle. Gli interessava conoscere i nuovi equilibri di cosa nostra. Chissà forse voleva passare a chi comandava le notizie che aveva acquisito su un paio di pentiti che vivevano non lontano da lui.

Ce n'è abbastanza per dire fare scrivere al Ministero che il suo comportamento ha rischiato di avere gravissime ripercussioni sulla sicurezza di altri collaboratori di giustizia” e metterlo alla porta del programma di protezione. Per Salemi si chiude la lunga parentesi da pentito iniziata a metà degli anni Novanta. Fu il primo ad aprire il valzer delle dichiarazioni. Forse aveva fiutato il pericolo di essere ucciso e divenne e il primo collaboratore di giustizia della provincia di Agrigento. Le sue dichiarazioni costituirono l'ossatura della prima maxi operazione contro le cosche agrigentine. Era il 1998, anno del blitz denominato Akragas. Sulle base delle dichiarazioni di salemi sono fioccate le condanne.

Alcuni mesi fa, però, la sua attendibilità è stata messa in crisi dall'avvocato Giovanni Castronovo che è riuscito ad ottenere l'annullamento della condanna a sette anni inflitta a Gaetano Seidita, 73 anni, considerato un pezzo grosso del clan di Alessandria della Rocca. La Cassazione, accogliendo la richiesta del difensore, ha stabilito che deve essere celebrato un processo d'appello. In secondo grado era già caduta l'ipotesi che Seidita avesse rivestito un ruolo di vertice. Così come l'aggravante di avere ripulito il denaro della mafia in attività lecite. Per Seidita arrivò così una condanna più mite rispetto ai dieci anni chiesti dal procuratore generale. Poi, il ricorso in appello fondato sulla mancanza dei riscontri necessari alle accuse di Salemi e sul fatto che i giudici di secondo grado non avevano acquisito l'attestazione che era ormai un ex pentito. Ed è nell'ambito del nuovo processo che si sta celebrando a Palermo che sono venuti fuori i motivi dell'esclusione.  Il sostituto procuratore generale Giuseppe Fici ha chiesto 7 anni di reclusione nei confronti dell'imputato.