Live Sicilia

Le nuove generazioni

I nostri giovani, le loro fragilità,
i nostri errori


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Di ALESSANDRO CHIOLO Forse abbiamo contribuito anche noi a rendere vulnerabili i nostri figli; sarebbe il caso di rimboccarci le maniche, metterli dinnanzi la verità, non cercare, sempre e comunque di giustificarli, dire loro qualche NO sin da piccoli.

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, Le firme, Le idee
Insegno storia e filosofia da diciotto anni e posso affermare, sulla base della mia personalissima esperienza, che specialmente negli ultimi anni ho assistito all'incremento di una popolazione giovanile sempre più fragile ed insicura. I ragazzi che mi trovo quotidianamente dinnanzi, hanno un'età che va dai 16 ai 18 anni, ma devo ammettere che non tanto rispetto alla mia generazione, quanto piuttosto rispetto alla generazione che mi sono trovato dinnanzi quando iniziai ad insegnare, le cose sono tanto cambiate. I miei alunni di tanti anni fa sono adesso laureati, professionisti, insegnanti, genitori che accompagnano ogni mattina i loro figli a scuola, sono persone oramai cresciute ed inserite
nella società.

Quando iniziai ad insegnare notai subito delle differenze abissali con la mia generazione: differenze che si basavano però quasi esclusivamente su una diversità di stimoli (fisiologica direi) che le nostre generazioni avevano avuto. Quando frequentavo il liceo ci si "limitava" a studiare, si viveva relativamente la socialità con i propri amici, riducendola agli incontri del tanto sospirato e atteso sabato. Quello che dicevano i professori era per noi una sorta di verità dell'ipse dixit e guai a contestare o discutere magari di una decisione addirittura di un voto preso. Anzi, per l'esattezza, i voti neanche ci
venivano comunicati; non esistevano "patti" formativi ne tanto meno statuti degli studenti.

Era la scuola degli anni 90, la scuola delle prime occupazioni e delle sufficienze tanto sudate, erano gli anni dei primi amori e delle prime delusioni, un po' come nella canzone di
Venditti. Eravamo ragazzi semplici, forse poco "social" ma non per questo asociali, eravamo ragazzi che comunque cercavano di andare avanti, senza avere tutte quelle tutele ed air bag di cui oggi i nostri giovani dispongono. Cosa è cambiato rispetto a quegli anni? Posso affermare che è cambiata solamente una cosa, cioè tutto. I ragazzi di oggi sono molto più "svegli" (lasciatemi passare il termine) di come eravamo noi alla loro età, come dicevo prima hanno molti più stimoli, interagiscono molto di più con i loro docenti all'interno di un rapporto che rispetto agli anni 90 e' stato letteralmente rivoluzionato.

Negli anni di un tempo ormai lontano, da un punto di vista scolastico, il soggetto centrale della classe e della scuola era il docente, oggi, la rivoluzione copernicana che si è ormai compiuta ha messo al centro lo studente e al di là di ciò che si possa pensare e dei rimpianti che per il passato qualcuno possa avere, penso sia cosa buona e giusta. È
cambiato il rapporto tra docenti e discenti, ma conseguentemente anche il modo di insegnare. Al di là di questa centralità, legittima ripeto, non credo però che si aiutino i nostri giovani andando incontro a tutte le loro fragilità ed insicurezze attraverso strumenti che oggi si reputano "necessari" , "indispensabili" ed "appropriati".

Cercherò di spiegarmi meglio, specialmente per i non addetti ai lavori. I giovani di oggi a mio avviso sono molto più vulnerabili di quanto non lo fossimo noi ai nostri tempi. Una delusione d'amore diventa un dramma insormontabile, un voto brutto a scuola un trauma indelebile, eppure, mi si consenta, questa è la normalità, o forse era, ai nostri tempi, la normalità. Adesso tutto ciò è diventato invece una eccezionalità; ma tale eccezionalità, esiste realmente o l'abbiamo creata noi adulti?

Come docenti siamo pronti (?) ad intervenire; siamo pronti a suggerire equipe di pedagogisti, in alcuni casi tiriamo in ballo lo psicologo, ogni tanto invochiamo l'aiuto dello psichiatra; variamo piani speciali per adottare "misure dispensative" e "compensative" per i nostri alunni, il loro essere un po' svogliati diventa quasi necessariamente sintomo di un disagio, il loro non riportare buoni successi a scuola diventa manifestazione di una frustrazione latente, il loro non essere partecipativi, deve essere letto come sintomo di una particolare insofferenza, mentre il loro essere eccessivamente partecipativi come sintomo magari di una iperattività.

Alla fine della fiera però, siamo davvero convinti che questa sia la strada giusta? Siamo convinti di fare il bene dei nostri ragazzi in questo modo? Per carità, non me ne vogliate, non posso parlare da pedagogista o psicologo, parlo da docente ma anche da genitore di un bimbo di nove anni che vive questa nuova scuola e queste nuove dinamiche e mi permetto di dire che il problema alla base non è da rintracciare forse tanto nella scuola, quanto piuttosto nelle famiglie e nel ruolo dei genitori. Sono io il primo ad ammettere che l'eccessiva presenza di noi genitori, nella vita dei nostri figli può essere controproducente, noi giocavamo per strada e se ci facevamo male, alla fine forse neanche avevamo il tempo di disinfettare la ferita; sbagliavamo e sbattevamo la testa sui nostri errori; in seguito imparavamo dall'esperienza fatta e non ricadevamo nello stesso errore.

Noi scoprivamo il mondo a poco a poco anche sbagliando, adesso loro lo conoscono quando ancora sono in fasce e noi cerchiamo in ogni modo di non farli sbagliare cercando di appianare e forse anche "pianificare" la loro strada; noi avevamo la capacità di meravigliarci dinnanzi alle piccole cose della vita e loro? Forse abbiamo perso il senso della meraviglia, forse diamo tutto per scontato, forse abbiamo contribuito anche noi senza rendercene conto a rendere fragili e vulnerabili i nostri figli, i nostri studenti; sarebbe il caso di rimboccarci le maniche, da genitori, da docenti, facendo sin da subito, una cosa fondamentale, metterli dinnanzi la verità, non cercare, sempre e comunque di giustificarli o nascondere ciò che hanno dinnanzi, insegnare loro a "pesare" nel giusto modo gioie e dolori, dire loro qualche NO sin da piccoli, in modo tale che poi divenendo grandi non rimangano turbati più di tanto quando se ne sentiranno pronunciare uno dinnanzi.

Dovremmo cercare di aiutarli ad acquisire probabilmente una maggiore auto stima in loro stessi, ma non attraverso "bocconi" già precotti e preparati, perché in quel caso, perderebbero anche il piacere del gusto.