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PALERMO

Vittima di brutalità incomprensibile
Delitto Naro, ecco le motivazioni


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Aldo Naro

Nonostante l'aggravante dei futili motivi, all'imputato sono state concesse delle attenuanti: è incensurato e ha collaborato con i magistrati. Il giovane neolaureato in medicina ucciso dentro la discoteca Goa. Il difensore: "È stata una rissa".

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PALERMO - Sferrare con tutta la forza che si ha in corpo un calcio alla testa a qualcuno che si trova indifeso per terra significa mettere nel conto di poterlo uccidere. Ecco perché Andrea Balsano è stato condannato a dieci anni per l'omicidio volontario di Aldo Naro, il giovane neolaureato in Medicina ucciso all'interno della discoteca Goa nel febbraio dell'anno scorso. Balsano, appena diciottenne, nei mesi scorsi è stato condannato a dieci anni di carcere dal Tribunale per i minorenni (aveva diciassette anni all'epoca del delitto).

Dalla lettura delle motivazione del collegio presieduto da Salvatore Caponetto apprendiamo che, nonostante l'aggravante dei futili motivi, all'imputato sono state concesse delle attenuanti: è incensurato e ha collaborato con i magistrati. Balsano, infatti, ha ammesso di avere sferrato il calcio mortale anche se ha sempre sostenuto che non voleva uccidere Aldo, ma di avere preso e dato botte durante una rissa. Il Tribunale sul punto è tranciante: “Non è stato un atto istintivo e incontrollato commesso nel contesto della rissa”. “Andrea ha detto la verità perché non è un assassino”, è stata linea difensiva del legale della difesa, l'avvocato Maurizio Di Marco. Che aggiunge: "Ribadiamo un concetto già espresso. Il calcio è stato dato durante la rissa e siamo certi di poterlo dimostrare. Anzi, riteniamo che si tratti di un dato incontrovertibile che emerge dalla semplice lettura degli atti. Aldo Naro è stato colpito mentre veniva trascinato fuori dal privè nel corso della rissa".

Anche la rissa è ormai un dato incontrovertibile e sul punto il collegio spiega che ad accendere la miccia fu il “comportamento prepotente e insultante di due ragazzi abitanti dello Zen”. Furono loro a prendere i cappelli per il travestimento da carnevale a due ragazzi del gruppo di Naro e poi si rifiutarono di restituirli, “assumendo un comportamento immotivatamente provocatorio verso i giovani dell'altro tavolo”.

Così come i giudici stigmatizzano il “comportamento reticente e omissivo degli addetti alla sicurezza e dei responsabili del Goa in quanto si stava cercando di nascondere i fatti e impedire che venisse fuori la verità, sia per tutelare l'autore del reato sia per evitare che venisse accertato l'abusivo sistema utilizzato per la vigilanza nel locale”.

La rissa, però, nulla c'entra con la morte di Aldo Naro che resta un omicidio. Anche perché non è vero, come Balsano aveva dichiarato, che iniziò “a cafuddare” perché colpito dal giovane neolaureato. Di quel colpo presunto non c'è traccia alcuna. Quello di Balsano resta agli atti come un gesto abnorme e incomprensibile, tanto che un altro dei buttafuori, Pietro Covello, intuì subito la gravità della situazione. “Che cazzo hai fatto?, disse rivolgendosi a Balsano. Di gesto abnorme hanno sempre parlato anche i familiari della vittima che si sono costituiti parte civile con l'assistenza degli avvocati Nino Caleca, Roberto Mangano e Pier Carmelo Russo.

La vicenda giudiziaria non è chiusa. Nelle scorse settimane i pm Marzella, Camilleri e De Flammineis, coordinati dall'aggiunto De Luca, sono andati avanti con le indagini e ritengono di avere individuato altri profili di rilievo penale. Sono stati identificati tutti i presunti partecipanti alla rissa, mentre Massimo Barbaro, gestore della discoteca, è indagato per favoreggiamento personale: avrebbe cercato di proteggere Balsano per evitare che i carabinieri arrivassero alla sua individuazione.