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Svolta nel duplice omicidio di Falsomiele
Fermata una coppia di insospettabili


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Il luogo dell'omicidio nel quartiere Falsomiele

Si sgretola l'ipotesi del delitto legato a Cosa nostra. Fermati nella notte un uomo e una donna, vicini di casa di una delle due vittime. Ad incastrarli sarebbe un video. La coppia non ha confessato ma gli investigatori non hanno dubbi: "Tutti gli elementi ci portano ai due". Nella foto Carlo Gregoli, uno dei due fermati

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PALERMO - Alla fine la pista mafiosa si è sgretolata davvero. Per l'omicidio di via Falsomiele, a Palermo, sono stati fermati due insospettabili: le accuse si concentrano su Carlo Gregoli, 52 anni, e Adele Velardo, di 42. Lui è un geometra del Comune di Palermo, impiegato dei servizi cimiteriali, lei una casalinga. L'agguato, quindi, di mafioso avrebbe solo la brutale modalità. Ieri pomeriggio i due sono stati convocati alla Squadra mobile e, dopo un lunghissimo interrogatorio, nella notte è scattato il fermo.

I coniugi, che hanno una villa confinante con un terreno dei Bontade gestito da una delle due vittime, Vincenzo Bontà, negano ogni accusa. Ad incastrarli, però, ci sarebbero una serie di circostanze.

Il primo elemento è rappresentato dalla telecamera di sicurezza di una casa privata che ha ripreso alcune fasi dell'agguato. In particolare, pur non vedendosi l'azione dei killer, viene inquadrato il suv Toyota dei due fermati proprio nell'istante in cui in via Falsomiele arriva anche la 500 L su cui viaggiano Bontà e il giardiniere Giuseppe Vela. Le due auto si incrociano in direzione opposta, ma subito dopo il suv torna indietro.

Secondo elemento: ci sarebbe un testimone, qualcuno che avrebbe prima sentito il rumore dei colpi e poi visto un uomo di spalle fuggire.

Terzo elemento: i colpi che hanno ucciso Bontà e Vela sarebbero stati esplosi da una pistola 9 per 21. E i coniugi Gregoli - il marito è appassionato di caccia - possiedono diverse armi, regolarmente detenute e denunciate, tra cui una dello stesso calibro di quella che ha sparato in via Falsomiele.

Al puzzle che in queste ore va ricomponendosi, tuttavia, manca ancora il tassello del movente: tra la coppia e Bontà ci sarebbero stati, nel recente passato, dei forti diverbi: al momento, però, non trapela alcun ulteriore dettaglio. Tutto questo può avere scatenato la furia omicida? È presto per dirlo, ma l'ipotesi del delitto di mafia sembrerebbe comunque tramontata. Sono state le parentele di Bontà a rendere plausibile agli occhi degli investigatori l'ipotesi del delitto legato a Cosa nostra. Il suo è un cognome pesante nel panorama della mafia. Ovunque si indirizzi lo sguardo si finisce per sbattere contro la mafia. Figlio del boss Nino Bontà, genero del boss Giovanni Bontade (le terre che gestiva sono le ricchezze di famiglia), e, per ultimo, cognato di Filippo Bisconti, un costruttore considerato legato alla mafia di Belmonte Mezzagno che è stato assolto e scarcerato un paio di volte.

E poi c'erano le modalità dell'agguato. Contro Bontà, sceso dalla macchina, è stato esploso che un colpo di grazia alla testa. Vela, invece, potrebbe essere stato colpito mentre era seduto in auto - c'è un foro sul parabrezza, lato passeggero - e poi avrebbe tentato la disperata e inutile fuga. Tutto questo per dei problemi di vicinato?

La pista mafiosa aveva comunque iniziato a vacillare nella tarda serata di ieri, con le parole del capo della squadra mobile di Palermo: "Non escludiamo che dietro al duplice omicidio ci possa essere una pista differente da quella mafiosa", aveva sottolineato Rodolfo Ruperti.

*Aggiornamento ore 11.07 del 4/3/2016

"La coppia non ha confessato e non ha collaborato neppure davanti ad alcune evidenze; marito e moglie hanno continuato a negare un coinvolgimento nel duplice delitto. Ma noi abbiamo tutti gli elementi investigativi che ci portano dritti ai due". Lo dice il capo della squadra mobile di Palermo Rodolfo Ruperti. Grazie alle immagini riprese da una telecamera e dal racconto di un testimone ci sarebbero pochi dubbi su quanto avvenuto ieri mattina. "Riteniamo che siano entrambi coinvolti in questa tristissima vicenda - dice Ruperti - Sulle cause stiamo ancora cercando di capire, al momento la pista mafiosa sembra non esserci più, anche se si deve chiarire il movente. Abbiamo elementi - aggiunge Ruperti - che ci fanno ritenere che hanno sparato con due armi. Grazie ad alcune attività tecniche, siamo riusciti a fornire alla Procura della Repubblica, che poi ha emesso un provvedimento di fermo per i gravi indizi a carico della coppia".