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il caso castelvetrano

Le fesserie del consigliere comunale
"Ho abbracciato Messina Denaro"


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L'identikit di Matteo Messina Denaro

Le fantasie erano ambientate a Castelvetrano, in contrada Zangara, fra il 2009 e il 2010. È il luogo dove Giambalvo disse di avere abbracciato il latitante.

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PALERMO - “Fesserie, tutte fesserie” ammise Calogero Giambalvo davanti al giudice. Alla fine gli hanno creduto e lo hanno assolto, ma si è scatenato il putiferio politico. “Le fesserie” gli erano costate, nel novembre del 2014, l'arresto assieme ai componenti di una delle più recenti reti di fedelissimi di Matteo Messina Denaro.

Al di là ci ciò che è penalmente rilevante la sua vicenda lascia sul campo una questione altrettanto spinosa. Ci si chiede perché mai un uomo di 39 anni, consigliere comunale a Castelvetrano, senta l'esigenza di inventarsi delle balle. E che balle: senza sapere di essere intercettato Giambalvo arrivò a sostenere di avere incontrato e abbracciato Matteo Messina Denaro. E giù lacrime di commozione.

“Ha mai incontrato Matteo Messina Denaro?”, gli chiese il pubblico ministero Maurizio Agnello. Risposta: “Mai l'ho incontrato”. Quindi millantava? “Sì”. Il giudice Nicola Aiello andò al cuore della questione senza giri di parole: “Scusi ma lei quando parla allora parla così tanto per dire. Secondo lei, a meno che non è pazzo, uno non si mette a dire che conosce Messina Denaro?”. Risposta: “Ha ragione, ha ragione. Io cercavo di vantarmene, ha ragione, perché quel periodo era un periodo brutto”. “Quindi era un motivo di orgoglio conoscere Messina Denaro?”, “Non è un orgoglio, guardi che io ho fatto anche uno statuto contro la mafia”; “A maggior ragione, mi scusi ma se io faccio una attività antimafia, se lei dice io faccio uno statuto contro la mafia, non dico che conosco Messina Denaro”. “Me ne vantavo, mai visto”.

Il dialogo surreale ha trovato riscontri nella realtà. Giambalvo ha davvero millantato di avere incontrato l'inafferrabile latitante. Il nocciolo della questione si sposta da un profilo penale a uno sociologico: in tanti, troppi continuano a mitizzare la figura del capomafia stragista fino al punto da fare scattare distorti meccanismi psicologici. Meccanismi che non servono a fare condannare un imputato.

Restano agli atti delle intercettazioni trascritte le fantasie di un uomo. Fantasie senza limite ambientate a Castelvetrano, in contrada Zangara, fra il 2009 e il 2010. È il luogo dove l'ex consigliere comunale di Articolo 4 disse di avere abbracciato Messina Denaro e di avere pianto commosso. Giambalvo ne parlava con Francesco Martino, pure lui consigliere comunale, ma eletto nell'Udc. Prima gli raccontava di avere avuto l'“onore” di conoscere Francesco Messina Denaro, il padre di Matteo: “Allora prima che lui morisse, un tre mesi prima di morire, io ci sono andato alla casa per scaricare tronconi, aveva che non lo vedevo una cinquina di mesi... c'era un profumo di caffè. Entra Lillo prenditi il caffè, zu Cicciu assabenerica... ci siamo abbracciati e baciati, io ogni volta che lo vedevo mi mettevo a piangere... allora tutto assieme mi sento dire così, senti qua, viene una delle sue figlie e mi dice: Lillo vattene, escitene con questo trattore da qua dentro, stanno venendo a fare perquisizione, corri, scappa, vattene Lillo, vattene di corsa, salgo sopra il trattore... loro di colpo chiudono il portone, minchia s'arricugghieru 1.000 sbirri... ti giuro, io ho fatto tutta la via, da Castelvetrano a Zangara a piangere, mi sono detto lo hanno arrestato... non lo hanno trovato...”.

Ciccio Messina Denaro fu ritrovato cadavere, stroncato da un infarto, nel 1998, nelle campagne di Castelvetrano. Era latitante da otto anni. Così lo ricordava Giambalvo: “...Portava il fazzoletto attaccato... gli faceva due scocche qua, sempre il fazzoletto portava lo zu Cicciu... cappello, coppola e fazzoletto al collo, sempre questo, sempre così lui.... Ti pare dove era all'Africa? Qua dentro il paese era. Restando tra di noi, io lo vedevo tutte le settimane”. Anche sulla sua conoscenza con don Ciccio giudice e pubblico ministero gli hanno chiesto spiegazioni. La risposta è stata uguale: “Mai incontrato”.

Il racconto di Giambalvo, intercettato dalle microspie, si spostava dal mancato blitz datato nel tempo ad anni più recenti. E stavolta il protagonista, come in una trama cinematografica, diventava Matteo Messina Denaro, l'uomo a cui tutti danno la caccia: “Ma perché con Matteo? Lo sai cosa mi è successo a me? Ora ti dico pure la data, tre anni fa, ero a Zangara a caccia, tre anni, quattro anni precisi, quattro anni, ero a Zangara a caccia, loro raccoglievano olive... raccoglievano olive... prendi... a che non lo vedevo da una vita però ha?”. Martino era sorpreso: “Minchia a quello? Minchia”. E Giambalvo scendeva nei particolari: “...Senti, ho preso una lepre che era quattro chili e sei, e l'avevo... nella giacca che mi usciva metà di qua e metà di qua, prendi, mentre camminavo filara, filara... lui nel mentre era andato da mio zio Enzo (Vincenzo La Cascia, campiere dei Messina Denaro e sorvegliato speciale ndr)... mio zio gli ha detto, se vuoi andare a sparare vai a sparare, mio nipote sopra l'ho sentito sparare può darsi che qualche coniglio lo ha preso dice, acchianaci”.

E si arrivava al faccia a faccia: “...Lui sale a piede da solo, come un folle, sale verso di me, io non lo avevo riconosciuto a primo acchitto, era invecchiato, mi sono detto, ma questo perché minchia mi cammina appresso... poi ho fatto che mi sono ignuniato nelle filara... e mi sono buttato sotto le zucche... lui salendo a me andava cercando, lui perché non mi ha visto più poi ma quando è arrivato di qua a là … mi ci sono alzato, abbiamo fatto mezz'ora di pianto tutti e due... Lillo come sei cresciuto? Lillo... e io mezz'ora di pianto, e mi voleva fottere la lepre con questa piangiuta, ma io gli ho detto, gli ho detto: stiamo facendo mezz'ora di pianto e ti stai fottendo la lepre gli ho detto”. Rideva di gusto Giambalvo mentre raccontava dell'incontro con l'uomo più ricercato d'Italia. Stava recitando la sua parte fino in fondo. Risate comprese. “La lepre. Il discorso della caccia, non è vero?”, gli ha chiesto il pubblico ministero. “Se lei mi trova una volta in flagranza di queste cose mi duna 30 anni sono fesserie, tutte fesserie”. E così Giambalvo è stato assolto. Uno dei pochi, in un processo in cui sono state condannate undici persone.