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Corna, buffoni e rischio bombe
"I Servizi non sono una cosa seria"


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Il generale Mari Mori alla presentazione del libro

Il generale Mario Mori presenta il suo libro. E non risparmia critiche feroci.

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PALERMO - Inizia con la feroce critica ai Servizi segreti italiani che si occupano solo di “corna” e “marmellata” e finisce dando del “buffone” a chi all'aggettivo segreti aggiunge deviati. Il generale Mario Mori presenta alla Feltrinelli di Palermo il suo saggio ”Servizi e segreti. Introduzione allo studio dell'Intelligence”. Il pensiero dell'ex capo del Sisde, in carica dal 2001 al 2006, può essere così riassunto: se dipendesse dalla capacità dei nostri Servizi di intercettare il pericolo sarebbe molto ma molto probabile che i terroristi venissero a piazzarci una bomba sotto casa; meno male, però, - aggiunge - che “abbiamo le migliori forze di polizia d'Europa che hanno saputo affrontare il terrorismo e la criminalità organizzata”.

La nostra tranquillità dipende anche da un fattore culturale: “Le etnie responsabili dei gesti eclatanti non sono radicate nel nostro territorio. Se volessero organizzare un attentato come in Francia dovrebbero vivere mesi nel nostro Paese. E state sicuri che prima o poi qualche carabiniere si insospettirebbe e li fermerebbe”.

Meno male, dunque, che ci sono le nostre forze di polizia perché neppure i Servizi americani potrebbero aiutarci granché visto che, secondo Mori, “valgono poco, attingono qualcosa perché sono forti numericamente e hanno un budget illimitato”. Un'altra sono quelli inglesi. Il saggio è ricco di aneddoti sui servizi di sicurezza dei principali paesi europei che al cospetto dei nostri, secondo l'autore, sono dei giganti. E non per meriti loro, piuttosto per demeriti dei nostri 007 e dei nostri politici: “In Italia ho conosciuto un solo politico che capiva il nostro lavoro, Francesco Cossiga, tutti gli altri non hanno idea di cosa sia un Servizio e su cosa vogliono da esso. Gli interessa sapere se la moglie mette le corna a un collega o chi ha rubato la marmellata. Il livello è questo”. E non è tutto: “Il premier Renzi è stato in Medio Oriente, ho chiesto a una persona di Palazzo Chigi se avesse fatto una relazione da dare ai Servizi per facilitare le relazioni. Mi ha guardato sbigottito. Allora mi chiedo che ci state a fare, perché spendete i soldi”.

È uno dei passaggi in cui il flemmatico generale si accalora. Accade pure quando sostiene di sentire dire “una montagna di sciocchezze, non sanno nulla dei Servizi. Tutti pensano a Sean Connery”. L'Italia è indietro rispetto a nazioni come Francia e Inghilterra. Le nuove leve andrebbero reclutate tra “i migliori ragazzi delle Università”. Perché i Servizi “servono anche per catturare nuovi mercati economici. Devono essere l'avamposto delle mosse di un governo”.

Insomma, in Italia si sbaglia tutto, il lavoro degli agenti resta imbrigliato nella rete delle autorizzazioni. Ci si dimentica che sono cosa diversa dalla polizia giudiziaria: “Non si può aspettare giorni per autorizzare una cosa che si deve fare in cinque minuti. Nessuno si prende la responsabilità”. E siamo, dunque, giunti alla rivendicazione di quella libertà di manovra che, secondo alcuni, avrebbero finito per rendere i Servizi non solo segreti, ma pure deviati. Si intuisce che Mori ha scelto di non parlare delle sue vicissitudini giudiziarie: è stato assolto definitivamente per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina e in primo grado per il mancato arresto di Bernardo Provenzano (a breve ci sarà la sentenza d'appello) ed è ancora in corso il dibattimento che lo vede imputato per la cosiddetta Trattativa Stato-Mafia.

Quando il cronista, però, tira in ballo i suoi processi e i dubbi che lui sia stato e sia l'emblema dei Servizi segreti e deviati, Mori affonda: “I servizi non possono essere deviati. Sono un'istituzione. Deviate sono al limite le persone che lavorano nelle Istituzioni”. Poi sbotta: “Buffoni, ditemi chi sono i deviati, i nomi, i cognomi, i fatti... ”. Perché di una cosa Mori si dice certo: “Ho sempre lavorato per lo Stato e non mi sono mai messo una lira in tasca”.