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Il caso

Senza protezione e davanti alla tv
I testimoni di giustizia: “Ora basta”


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Assunti dalla Regione e inviati nella sede della Capitale dove non esiste alcuna tutela. Musumeci: “Queste persone sono o non sono in pericolo?”. Loro: “Abbiamo paura”. Ma Crocetta ne sta assumendo altri. CHI SONO I TESTIMONI DI GIUSTIZIA (di Riccardo Lo Verso)

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PALERMO - “Qualcuno chiarisca: o queste persone non corrono alcun pericolo, o per il governo Crocetta sono solo carne da macello”. Le parole sono del presidente della commissione antimafia all'Ars Nello Musumeci. Proprio nelle sale di quella commissione ieri è esploso il caso dei testimoni di giustizia assunti dalla Regione. Persone che dovrebbero vivere in una località protetta. Ma che invece lavorano in un ufficio noto a tutti: la sede di rappresentanza della Sicilia a Roma. Nel pieno centro della Capitale. In un edificio che non presenta alcuna forma di tutela e di protezione. “Adesso basta – la protesta del presidente dell'associazione testimoni di giustizia, Ignazio Cutrò – tra la vita e il lavoro, scegliamo la vita. Siamo pronti a dimetterci. Tutti quanti”.

“Una situazione surreale – commenta Musumeci – che ieri all'Ars ha incontrato in audizione i testimoni e anche il dirigente generale del dipartimento Affari extraregionali Maria Cristina Stimolo. È proprio quella struttura, con una sede anche a Roma, a ospitare i lavoratori assunti da Crocetta un anno fa. Un'assunzione che fu accompagnata da una conferenza stampa alla quale presero parte gli stessi testimoni, tutti incappucciati. “Sì, proprio una situazione surreale – insiste Musumeci – se era necessario quel cappuccio per esigenze di riservatezza, non riusciamo a comprendere come sia possibile che queste persone lavorino tutte nello stesso ufficio. Un fatto del resto ormai noto a tutti”. E per forza. Quando Crocetta e l'Ars decisero di dare il via libera a quel provvedimento, avevano sottovalutato un dettaglio. Il Viminale, infatti, aveva disposto che queste persone non potessero lavorare in Sicilia, dove avrebbero rischiato di essere riconosciuti dai criminali che loro stessi hanno contribuito a colpire. Così, la Regione si trova già 15 (poi diventeranno sedici) testimoni, ma una sola sede a disposizione fuori dalla Sicilia nella quale inviarli: quella di Roma, appunto. Uno “sbarco” che però è stato accompagnato da notevoli tensioni. Sia legate al timore degli altri 16 dipendenti dell'Ufficio regionale, improvvisamente diventati potenziale bersaglio anche loro, sia tra gli stessi testimoni che avrebbero anche litigato tra loro.

“Ne ho avuto notizia anch'io – conferma Cutrò – e a questo proposito voglio affermare con forza che noi vogliamo essere trattati come normali dipendenti regionali. Perciò, se qualcuno ha sbagliato, dovrà essere punito proprio come accade ai regionali”. Ma i testimoni non sono affatto dipendenti normali. E la tensione esplosa negli uffici di Roma è dovuta anche alla necessità per questi lavoratori di spostarsi a volte molto lontano dal luogo in cui avevano vissuto fino al giorno prima in regime di protezione. Ma non solo. Le liti sarebbero anche dovute al fatto che la stragrande maggioranza di questi, in realtà, è emerso in occasione della Commissione, nei locali della Regione a Roma non fa nulla. Guarda la televisione, “e alcune donne, risulta alla commissione – racconta Musumeci – passano il tempo lavorando a maglia. Del resto, non si sa nemmeno cosa possano fare, visto che dall'amministrazione regionale non è arrivato nemmeno un curriculum o una qualsiasi qualifica che possa fornire una indicazione sull'utilizzo di queste persone”. Lontane dalla famiglia, dicevamo. “Una situazione difficile da reggere – spiega Cutrò – molti di loro si sentono respinti prima dalla propria terra, la Sicilia, poi dalla nuova realtà nella quale faticosamente avevano iniziato una nuova vita. Due di queste persone, ad esempio, ogni sera prendono il treno e percorrono quasi 500 chilometri per raggiungere le figlie”.

Avanti e indietro. Da casa a quella sede che “non prevede da parte del Ministero – spiega Musumeci – alcun servizio di vigilanza e protezione. Per questo abbiamo scritto al Viminale per chiedere spiegazioni. Come si fa, nello stesso tempo, a prevedere per queste persone un programma di protezione e poi ignorare le necessità di difendere l'incolumità di queste persone nel luogo di lavoro?”. E a dire il vero, il Ministero avrebbe proposto una lista di strutture nelle quali trasferire questi testimoni, in luoghi un po' più vicini ai quali sono stati destinati dal programma di protezione. “Ma si tratterebbe comunque di una sconfitta dello Stato – dice Musumeci – il vero successo sarebbe stato quello di consentire a queste persone di lavorare in Sicilia, opportunamente protette dalle Istituzioni”.

Istituzioni che garantiscono ai testimoni di giustizia ovviamente i mezzi di sostentamento. All'indennità erogata dallo Stato a chi è tutt'ora dentro il programma di protezione, si aggiunge appunto lo stipendio di dipendente regionale. Uno stipendio che arriva, a prescindere dall'effettivo impiego di queste persone. E il problema, prima ancora di risolversi, rischia di aggravarsi. Nell'ultima Finanziaria approvata, infatti, sono state previste nuove assunzioni di testimoni di giustizia. Del resto già ampiamente annunciate dallo stesso Crocetta. Una situazione che rischia quindi di esplodere del tutto. A meno che non si riesca a “smistare” i lavoratori. E in questa direzione va un'altra norma, prevista nella cosiddetta “legge stralcio” della Finanziaria. Per riparare al caos creato dalle decisioni del governo, infatti, si è inserito nel ddl un articolo che prevede l'assegnazione di questi lavoratori in altri enti statali e regionali. Una norma che, però, rischia di rimanere sulla carta, visto che deve passare comunque dal “via libera” degli altri soggetti. Dallo Stato alle Regioni. Un “sì” non così scontato.

“Non contestiamo la legge approvata – precisa Ignazio Cutrò – per la quale abbiamo lottato. Ma certamente il modo col quale è stata poi gestita la faccenda. Se dovesse succedere qualcosa a uno di noi, insomma, credo che qualcuno dovrà assumersene la responsabilità. Non è possibile vivere con la sensazione di essere un bersaglio facile. Abbiamo provato a far sentire la nostra voce ovunque: abbiamo scritto al presidente Mattarella, al ministro Alfano, al governatore Crocetta. E per tutta risposta, oggi non c'è nemmeno una macchina delle forze dell'ordine nei pressi di quell'ufficio. A questo punto lo stesso Viminale spieghi se siamo o meno in pericolo di vita. Noi – conclude Cutrò – abbiamo paura. Tra la vita e il lavoro scegliamo la vita. E se le cose non cambieranno, siamo pronti alle dimissioni di massa”.