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Una Regione allo sfascio

Niente soldi, a che serve la Regione?
Avanza impietosa la desertificazione


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La fotografia a tinte scurissime della Corte dei conti: nell'Isola non funziona nulla, dalle scuole al Turismo. E mentre tutto crolla, i privilegi resistono.

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PALERMO - Il 12 ottobre del 2015 gli studenti si sono messi in marcia. Da Capizzi, paesino del Messinese, hanno raggiunto a piedi Nicosia, Comune in provincia di Enna distante 27 chilometri, dove frequentano le scuole superiori. Una clamorosa protesta contro il taglio dei contributi della Regione per gli alunni. L'immagine di questo pellegrinaggio nel deserto degli stuedenti siciliani è stata messa nero su bianco nella relazione del Procuratore regionale della Corte dei conti Giuseppe Aloisio. Un impietoso atto d'accusa.

Perché nel deserto siciliano, ecco spuntate le oasi del privilegio. Del favore. Che non sarebbero scomparse affatto, nonostante le annunciate rivoluzioni. Anzi, che rappresenterebbero la roccaforte di un potere solo in parte scalfito “L’Amministrazione regionale – racconta Aloisio - distribuisce innumerevoli tessere di libera circolazione, previste dal decreto assessoriale n.121/Trasporti del 21 giugno 2001, per l’utilizzo gratuito di tutti i mezzi di trasporto pubblico locale regionale, assegnate a vertici istituzionali, dirigenti e dipendenti regionali in servizio e in quiescenza, senza alcun riferimento alla capacità reddituale dei destinatari dei benefit. Certamente, - sottolinea il procuratore - destinare tali risorse agli studenti costituirebbe un intervento quantitativamente insufficiente, ma assai significativo sotto il profilo simbolico, per recuperare quel deficit di credibilità accumulato nel corso di troppi anni”. I pass ai burocrati, mentre gli studenti vanno a piedi. Quando vanno. Perché c'è chi non può. Ed è costretto a restare murato vivo a casa.

Ne sanno qualcosa gli studenti disabili delle scuole provinciali. Già, le Province. Che appaiono ormai come ruderi nel deserto. Vestigia di un passato chissà quanto lontano. E invece appena dietro la porta. Ma il crollo è stato repentino, vertiginoso. E coinciso con l'incapacità del governo e della politica regionale di andare oltre il facile slogan da spendere in televisione. Da allora, il nulla, i commissariamenti, la confusione, l'anarchia. Che adesso si scontra con i numeri. Quelli di un default che ha costretto addirittura due commissari a fare le valigie, e gli enti a tagliare ovunque. Fino ad allargare le braccia: perché in molte Province non c'è più nulla da tagliare. E ad acuire la sensazione di uno sfacelo progressivo, le stesse parole rese ieri dal governatore in conferenza stampa: “L'Ars si deve sbrigare ad approvare la riforma, altrimenti lo Stato non ci trasferisce i Fondi, e lo capisco benissimo”. Come se Crocetta fosse stato eletto il giorno prima. Come se non si fosse impadronito di tutti i meriti di quella “riforma epocale” quando l'Ars ha dato il via libera alla formale abolizione delle Province. Come se fosse normale, per un governatore, adesso che la riforma si è rivelata un disastro, far finta di non esserci stato, di non avere cambiato cinque assessori alle Autonomie locali in un anno, di non essere lui a capo del governo.

E intanto, le ex Province segnano “rosso fisso” nei bilanci. Cinquanta milioni a Catania, una trentina a Palermo. Buchi complessivi da 120 milioni. Che si traducono, appunto, nella desertificazione di un'Isola in cui le strade diventano mulattiere, le scuole ruderi, i servizi per i più deboli un miraggio.

E proprio alla scuola, la Corte dei conti dedica un ampio spazio e un forte rammarico. Qui, in Sicilia, rispetto al resto d'Italia e d'Europa, scrivono i magistrati contabili, “il contesto si presenta ancora più preoccupante a causa dell’uscita dai circuiti educativi di una larga fascia della popolazione studentesca, con alte percentuali di dispersione scolastica riscontrate addirittura nella scuola materna e nella scuola secondaria di primo grado”. Persino i bambini, insomma, si perdono in questo deserto chiamato Sicilia. Dove crolla tutto e tutto si sfalda. Mentre si chiudono i rubinetti che prima irrigavano (in molti casi tra abusi, clientelismi e favori) enti e istituzioni che in un modo o nell'altro garantivano un po' di vitalità e anche, in qualche caso, una funzione “supplente” alle inadempienze delle istituzioni. E mentre – immagine tra le immagini - persino quella che fu la villa d'Orleans a Palermo, meta di bambini entusiasti, è stata spopolata dalle faide burocratiche e dall'ennesima fatwa del governatore, incapace spesso di buttare l'acqua, senza far volare via il bambino.

Manifesto di questo decadimento, sostenuto solo dagli spot moralizzatori del governo, è poi il settore della Formazione professionale. Qui, secondo i giudici della Corte “le criticità riscontrate non sono poi compensate da una sufficiente programmazione degli interventi dell’Amministrazione regionale nella materia della formazione professionale che assorbe rilevanti risorse finanziarie”. Nessuna programmazione. E tutto in malora, insomma. Un fatto anche in questo caso confermato dai numeri dei licenziamenti, che crescono giorno dopo giorno e hanno superato già la quota di tremila da inizio legislatura.

E mentre crollano interi settori, ecco cedere anche le strade, in una incuria alla quale si dedicano istituzioni statali, regionali e comunali. “Nello scorso anno – scrive il procuratore - sono state avviate molteplici istruttorie relative alla cattiva manutenzione delle strade di diversi importanti centri cittadini, che determina elevati indici d’invivibilità per cittadini e turisti. Per non parlare della mancata realizzazione delle grandi infrastrutture: dall’analisi della spesa dei contributi europei emerge che in Sicilia il programma 2007/2013, che doveva completarsi alla fine del 2015, evidenzia grandi opere incompiute nonostante fossero già finanziate con i fondi strutturali europei”. Spuntano anche le incompiute, nel deserto siciliano.

In un'Isola incapace, nonostante i sorprendenti entusiasmi del presidente, di sfruttare una delle sue vere potenzialità: “Appare incredibile – ecco lo stupore della Corte - che non si riesca a utilizzare come primo fattore di crescita economica il turismo. La Regione Sicilia conferma un tradizionale gap programmatico, dimostrando di non essere capace di utilizzare le straordinarie opportunità derivanti dall’Unione Europea. Situazione confermata, tra l'altro - proseguono i giudici - dall’incasso complessivo, nel 2015, dei biglietti d’ingresso relativi all’intero patrimonio monumentale e museale dell’Isola, d’importo inferiore a quello registrato nel solo sito di Pompei”. Tutta la Sicilia incassa meno della sola Pompei. Il deserto, insomma, ha raggiunto anche i nostri siti culturali e archeologici. Il deserto, ormai, copre anche la storia dell'Isola.