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Quanto conta la fortuna


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, Le firme, Le idee

"Preferisco avere una goccia di fortuna che una botte di saggezza". Aveva forse torto il filosofo cinico Diogene?

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‘Chi disse preferisco aver fortuna che talento, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un pò di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no, e allora si perde’.

La voce fuori campo che accompagna l’apertura del film su un campo da tennis e sulle evoluzioni rallentate d’una pallina, metafore sia dell’agone che è l’esistenza, che del caos che la governa, anticipa, in un emblematico minuto iniziale, l’essenza del raffinato capolavoro di Woody Allen datato 2005, Match Point. L’importanza della fortuna è valutata secondo una prospettiva personale, ovviamente discutibile, ma comunque ricavata dalla realtà e dall’esperienza. La palla da tennis che, in un beffardo fermo immagine, è sospesa nell’aria, tra vittoria e sconfitta, in balía dell’arbitrio del caso, per poi rimbalzare sulla rete, o ricadere dal lato opposto, compie una perfetta sintesi della casualità dell’umana esistenza, nel corso della quale gli eventi scaturiscono da fatti e coincidenze imprevedibili quanto indeterminabili volontariamente. Con dolente e lucido pessimismo, viene evocata un’immortale opera di Dostoevskij, che presuppone coscienza del crimine e pentimento; ma, grazie al fato propizio, Chris Wilton, divenuto membro d’una società governata dall’apparire, sua inconsapevole complice, vivrà un delitto senza castigo. La giustizia umana è fallace, quella divina un’eco lontana: il destino assurge ad arbitro di se stesso. ‘In ogni cosa è importante avere fortuna. In fondo gli scienziati stanno confermando sempre di più che la vita esiste solo per puro caso: nessuno scopo, nessun disegno’, ribadisce il protagonista nella parte centrale del film: e il suo destino finale viene sancito dal roteare d’una fede nuziale che si libra nell’aria, volteggia, esita quasi, e ricade in quello che solo apparentemente potrebbe essere l’inizio della fine, e, invece, è la salvezza, al di fuori di ogni etica antideterministica.

Nel IV secolo prima di Cristo un singolare personaggio, Diogene di Sinope, che viveva da mendíco in una botte e per i suoi costumi veniva definito ‘cane’, asseriva ‘preferisco avere una goccia di fortuna che una botte di saggezza’. Una massima cinica, non c’è che dire! Il concetto partorito dalla speculazione filosofica greca viene ribaltato dalla latina concretezza. La frase che tutti abbiamo pronunciato almeno una volta nella vita (parlando di noi stessi, perché gli altri, come è noto, hanno successo solo perché sono fortunati), ovvero ‘faber est suae quisque fortunae’, attribuita da Sallustio ad Appio Claudio Cieco nella seconda delle ‘Epistulae ad Caesarem senem de re publica’, incoraggia (e deprime) volenterosi e nullafacenti, ottimisti e presupponenti, onesti e malfattori, da più di duemila anni.

Però, a ben vedere, i nostri avi -e la tradizione continua- sulla fortuna contavano proprio molto. Fortuna al gioco, fortuna in battaglia, fortuna in amore, presupponevano la necessità dell’arte della divinazione, tanto che proliferavano astrologi, oroscopi e presagi. Nel Cinquecento appare un peculiare genere letterario, quello dei libri di ventura o delle sorti, tra i quali il ‘Triompho di Fortuna’, scritto dall’astrologo e matematico ferrarese Sigismondo Fanti, che anticipa di quasi un trentennio l’opera di Nostradamus: è una sorta di gioco per prevedere il futuro e capire i ‘diversi mali accidenti et casi che ogni giorno vediamo intervenire’. Il Fanti esprime un assunto interessante: siamo tutti pezzi da gioco e il cielo è il giocatore; tra reale e fantastico, usando sapienza e immaginazione, formula profezie attraverso quadranti astrali per offrire ai lettori la possibilità di ‘controllare’ la fortuna, intesa come quella complessa mescolanza di male e di bene di cui è composta la vita umana.

Ma quanto conta la fortuna? A detta di chi è riuscito a farsi strada in ambienti estremamente competitivi, la fortuna ha un ruolo relativo; può sfiorarti, ma non basta. Più importante, questo sì, è la capacità di catturarla al volo, ma poi occorre corroborarla con iniziativa e duro lavoro. Per rifarsi a un’altra sentenza celebre, la fortuna aiuta gli audaci. Altri ritengono invece che la fortuna sia tutto, e che solo la fortuna, o il suo contrario, ci governino, a partire dall’evento iniziale: perché mai, difatti accade che qualcuno nasca gravemente offeso nel corpo e nella mente, e un altro con doti fisiche e psichiche eccezionali? Nessuno ha fatto niente per meritare quello che ha come dotazione primaria. Vista così, la vita è estremamente ingiusta, e l’impegno che si profonde per ottenere qualsivoglia risultato, non è altro che una particella infinitesima che sgambetta nel vasto mare della fortuna. Altro che artefice! L’uomo è buttato lì per caso da un fato che, se va bene, è ignaro, se va male, è ingiusto; e, se va di molto male, è crudele, baro e beffardo. Tra le due estreme correnti di pensiero, una terza, più moderata, attribuisce alla fortuna un ruolo da valutare, poiché troppi in effetti sono gli eventi imprevisti, nel bene e nel male; ma le capacità individuali, il lavoro, la passione, hanno un peso determinante. Come per ogni teorema, occorrono dei dati inizialmente presupposti, e tuttavia variabili: salute, abilità fisiche e facoltà intellettive sono il patrimonio iniziale da impiegare nell’avventura dell’esistenza. E, con riferimento al primo dei tre dati, occorre ponderare il fatto che, se hai salute, hai fortuna; e viceversa.

Alla fortuna, da tempo immemorabile, sono legati miti, divinità, sacrifici, riti propiziatori, come anche la raffigurazione antropomorfa della dea bendata, evocata da poeti, filosofi ma anche da monarchi e condottieri. Se è vero che in ogni vicenda umana esiste la catena di causalità, a posteriori, dopo una vittoria, la fortuna appare la giusta sequenza di eventi favorevoli a realizzare i nostri fini, e questo senza un intervento metafisico dall’esterno. Ecco che l’uomo è pronto a rinnegarla per esaltare invece il proprio valore; la vera grandezza, però, si mostra proprio quando, con umiltà, si riconosce che talvolta il caso ci sovrasta: quando chiesero a Napoleone quale virtù preferisse nei suoi generali, rispose senza esitazione: ‘che siano fortunati!’.

Eppure, la fortuna non esiste, scrive il neodirettore di ‘Repubblica’ Mario Calabresi. Esistono volontà e determinazione. Indagando la società statunitense, Calabresi ha provato a rispondere a un quesito basico: quale molla scatta in chi cade e trova la forza di rialzarsi? E lo fa con fatica, con dolore, ma con fede incrollabile e, soprattutto, senza aspettare la fortuna? Qual è il segreto che dà il coraggio di rinascere dalle proprie ceneri, di ottenere una seconda possibilità, di eleggere un presidente nero contro ogni previsione, di recuperare terreno rispetto alla più grave recessione del dopoguerra, che ha rovinato la vita di milioni di persone? Chi pensa che il proprio destino sia già scritto, scivola nella corrente; la tenacia accompagna invece tante emblematiche storie di riscatto. Insomma, non importa quante volte cadi: quello che conta, è la velocità con cui ti rimetti in piedi, afferma il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden.

E’ l’ottimismo della volontà contrapposto al pessimismo della ragione? O la società americana dà comunque per scontate quelle egualitarie opportunità di partenza di cui prima si diceva? Per tornare al cinico assioma iniziale proposto dal grande Woody, una sana moderazione dovrebbe comunque farci presupporre che, rispetto ai 795 milioni di persone nel mondo che, secondo il report ‘The State of Food Insecurity in the World 2015’ della FAO soffrono la fame -e stiamo parlando di un nono della popolazione mondiale-, certo che siamo fortunati e che la fortuna ci ha dato un bell’assist! Da tempo vado facendo una sorta di gioco del quale mi è anche capitato di parlare in pubblico. Lo chiamo ‘l’inventario delle mie fortune’. La prendo molto alla lontana. Anzitutto è una fortuna essere nata, perché la vita è meravigliosa. Poi, essere nata in questo emisfero del mondo, in Europa, in Italia, a Messina, nella mia famiglia. Che, in buona sostanza, significa aver visto la luce in un paese europeo ricco e di raffinata e millenaria cultura, piuttosto che in un paese povero e pure martoriato dalle guerre; con gli atavici privilegi che, sciaguratamente perpetuandosi la discriminazione, si continuano ad annettere al dato razziale; con la possibilità di ricevere un’educazione allo studio. Ce n’è d’avanzo per smetterla subito di lamentarsi, specie se si volge lo sguardo in modo consapevole, e non come se si trattasse dell’ennesimo telefilm, alle immagini drammatiche rimandate dai telegiornali ogni giorno.

Eppure, mai come oggi appare così difficile capire il valore reale della vita; i patetici tentativi di non invecchiare dominano il pensiero occidentale, e mai che si pensi alla possibile sola alternativa. La vera fortuna è poter ‘sceglier’ di sentirsi felici o tristi; la vera saggezza è saper scegliere.