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"Sono i postini di Messina Denaro"
Chiesta condanna per sei imputati


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L'accusa, davanti al gup, è di associazione mafiosa. Nella foto uno degli incontri documentati dai carabinieri

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PALERMO - Sarebbero gli uomini dell'ultima rete di pizzinari agli ordini di Matteo Messina Denaro. Il pubblico ministero di Palermo, Paolo Guido, ha chiesto 14 anni di carcere per Pietro Giambalvo, Michele Gucciardi e Giovanni Domenico Scimonelli; 10 anni per Vincenzo Giambalvo e Michele Terranova e 3 anni e 4 mesi per Giovanni Loretta. Il processo si celebra in abbreviato.

Il procedimento scaturisce dall'operazione "Ermes" dell'agosto 2015. Fino al marzo 2010 il sistema di trasmissione della corrispondenza era stato gestito dai cognati del latitante, Vincenzo Panicola e Filippo Guttadauro, e dal fratello Salvatore. Sono stati tutti arrestati quattro anni fa e così Messina Denaro avrebbe guardato al passato per rimpiazzarli. Un passato che si fa presente nella figura di Vito Gondola, nome storico della mafia trapanese, e giudicato separatamente.

C'era pure lui nella cena organizzata nel dicembre del 1991 a base di ostriche, aragoste e Dom Perignon nella casa di Tonnarella dove dimorava Totò Riina. Fu lì che il capo dei capi decise di sterminare i nemici della mafia marsalese. Come storico è il ruolo in Cosa nostra di Michele Gucciardi, boss di Salemi, che il postino di Messina Denaro lo aveva già fatto negli anni Ottanta. E “pizzinaro” in epoca più recente lo era già stato anche Domenico Scimonelli, originario di Partanna.

A loro si sarebbero aggiunti degli insospettabili come Michele Terranova, proprietario della masseria divenuta la stazione di posta. Parlavano di “mangimi”, “spargi-concime” e "forbici da tosa”, ma in realtà discutevano dei pizzini di Messina Denaro. Si incontravano all'aperto dove è stato complicatissimo piazzare microspie e telecamere. Sapevano di essere seguiti dagli investigatori ma, come diceva lo stesso Gondola, “non è che uno si… impressiona non deve camminare più... se dobbiamo camminare dobbiamo camminare...”.

L'imperativo era cautela. I pizzini sono arrivati, dal 2011 al 2014, tre al massimo quattro volte l'anno. Andavano letti e subito distrutti. Poi, toccava a Gondola distribuire gli ordini e attendere l'arrivo delle risposte che andavano preservate dagli occhi indiscreti. “…abbasta questo Vicè … questo vieni qua prendi il martello... zappa qua sotto…”, diceva Gondola a Vincenzo Giambalvo che aveva fatto “un poco di buco”. Un codice cifrato teneva sotto copertura i mittenti, anche se Gondola sapeva bene chi fossero gli autori (“… quello di Salemi … ha scritto...”). Così come conosceva la tempistica delle comunicazioni: “A quindici giorni… oggi ne abbiamo due… uno… trentu … uno… perciò giorno 16, giorno 15 noi ci dobbiamo vedere”. E lo sapeva pure Gucciardi: “…entro il 15 queste cose devono partire destiniamo la data per buono, il 14 va bene… il 14, alle case la dove ci sono le olive… tu a Mimmo gli fai sapere che entro il 15… prima… no giorno 15, prima di giorno 15 si deve incontrare con lui…”. Che aggiungeva: “Io me lo immaginavo che c'era qualcosa in arrivo con la stessa carrozza arrivaru”.